Nel cuore di Bergamo, alla Traffic Gallery, una giovane artista ha deciso di cambiare il modo in cui guardiamo gli oggetti di uso quotidiano. Federica Balconi, classe 1999, trasforma materiali tecnici in sculture che sembrano avere un’anima. Fino al 20 giugno 2026, “Impalcature affettive, uso domestico” invita a scoprire storie nascoste dietro forme rigide e fredde, storie che parlano di memoria e intimità, senza cadere in facili sentimentalismi. Qui, la precisione della tecnica si mescola a un calore inaspettato, rendendo familiare ciò che fino a ieri sembrava distante.
Il lavoro di Balconi nasce dal dialogo tra forme classiche e un’idea più domestica, quasi affettuosa. Le sue sculture partono dal disegno tecnico e dalla memoria monumentale, ma non si fermano al formalismo. Anzi, l’artista ribalta il solito linguaggio: il capitello ionico, simbolo di perfezione classica, diventa ironico e giocoso. Tre “Capitello” in mostra sembrano stampanti da cui escono fogli arrotolati, oggetti senza funzione precisa ma carichi di significato.
La stessa operazione riguarda i fregi, tradizionalmente elementi celebrativi e solenni. Balconi li sposta nel contesto fluido e instabile del cantiere, facendoli diventare parte di impalcature fragili e provvisorie. Così la loro funzione cambia: da simboli eterni a “residui” che raccontano un passato che si fa presente, fragile e pieno di emozione.
Al centro della mostra c’è il tema dello “scontro”, ma non come guerra o conflitto. Balconi lo trasforma in occasione di incontro, dove forma e funzione si mescolano, creando relazioni delicate e ambigue. Qui non c’è spazio per retoriche sul trauma o la violenza, ma per una qualità quasi affettiva degli oggetti.
La sua esperienza personale fa da sfondo: cresciuta in una famiglia di ingegneri, da piccola ha imparato a conoscere bulloni e strutture metalliche. Da lì nasce la sua passione per quelle che Sara Parolini chiama “macchine impossibili”: sculture che sembrano fallire nel loro scopo tecnico ma guadagnano in fragilità ed emozione.
Basta guardare “Toc Toc” per capire. Due arieti, solitamente usati per abbattere porte, si avvicinano qui in un gesto morbido, quasi tenero. L’azione aggressiva si trasforma in presenza silenziosa e affettuosa. È la forza dell’artista che smonta le aspettative funzionali e restituisce agli oggetti un linguaggio umano.
La mostra gioca su un equilibrio sottile. Le sculture, con i loro colori pastello e le forme morbide, attirano subito lo sguardo e invitano a un primo approccio quasi giocoso. Ma sotto questa superficie apparentemente semplice, si nasconde una tensione interna, una fragilità che impedisce agli oggetti di restare solo belli da vedere.
Con un po’ di attenzione si scopre il doppio volto delle opere: la tecnica si fa vicina al corpo, i decori diventano quasi relitti, le impalcature assumono un’aria sentimentale. Questo continuo gioco tra lontano e familiare è uno dei punti più intensi della mostra, dove l’oggetto tecnico si carica di emozioni e ricordi senza ridursi a semplice forma.
La fragilità è un segno distintivo del lavoro di Balconi: si vede nelle strutture precarie, nella sospensione tra funzione e inutilità, che ferma il valore d’uso per aprire spazio a qualcosa di più vulnerabile e affettuoso.
Federica Balconi concentra la sua ricerca sulla dimensione del progetto, ma senza mai lasciarsi incatenare. Le sue opere mostrano le tracce del lavoro tecnico, ma si lasciano attraversare dall’errore, dal passo falso, rifiutando la perfezione. È questo equilibrio tra rigore e imprevisto che dà vita a un dialogo tra memoria monumentale e fragilità di ogni giorno.
Formata tra l’Accademia G. Carrara di Bergamo e Brera a Milano, Balconi ha iniziato a farsi notare grazie a premi, mostre personali e partecipazioni a biennali. La sua mostra alla Traffic Gallery segna una tappa importante: qui la scultura diventa strumento per restituire agli oggetti tecnici un volto umano, fatto di disegno, forma e memoria storica.
Le sue opere cercano di abbattere la distanza tra chi guarda e il mondo del progetto formale, introducendo un elemento di improvvisazione affettiva, uno spazio dove il rigore tecnico si mescola con l’incertezza della vita materiale. Un equilibrio vivo, aperto, capace di coinvolgere e di emozionare.
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