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Uri Aran al Madre: esplora amore, lavoro e gioco nella mostra tra arte e ritualità ludica

Varcare la soglia della mostra di Uri Aran al Museo Madre di Napoli è come entrare in un mondo sospeso tra memoria e quotidianità. I corridoi, simili a vecchie biblioteche, custodiscono un’atmosfera carica di silenzi e segreti appena sussurrati. Oggetti comuni, quasi banali, si rivelano fuori posto, trasformati dall’artista in frammenti di un discorso più profondo su identità e comunicazione. Oltre 800 metri quadrati di spazio dove voce, gesto e materia si intrecciano, costruendo un racconto fatto di tensioni nascoste e accostamenti sorprendenti. Un viaggio che disorienta, per poi restituire un senso nuovo, tutto da scoprire.

Il linguaggio tra arte e burocrazia: una retrospettiva senza tempo

La mostra, intitolata Untitled , raccoglie più di 170 opere di Uri Aran, nato a Gerusalemme nel 1977 e oggi attivo a New York. Per lui è il primo grande appuntamento museale in Italia. Qui il visitatore è guidato in un’indagine sull’instabilità del linguaggio e su come questo crei significati attraverso parole, immagini, oggetti e gesti che si mescolano in un vocabolario sempre in trasformazione.

Non aspettatevi un percorso cronologico tradizionale. Le opere dagli anni Duemila a oggi si intrecciano, creando un sistema complesso in cui ogni pezzo si riflette nel successivo. La curatrice Eva Fabbris ha costruito l’allestimento per far emergere il contrasto racchiuso nel titolo: nessun titolo, che elimina riferimenti esterni, e una dichiarazione d’amore intensa e diretta. Citando implicitamente Barthes, Aran parla di un “amore che si dice ma non si riceve”, un dialogo a senso unico carico di domande senza risposta. Questa tensione si traduce in molteplici forme, aprendo una riflessione sul rapporto tra chi parla e chi ascolta, sull’identità e sul potere.

Oggetti comuni come simboli di potere e rituali ripetitivi

Gran parte delle opere nascono da materiali di uso quotidiano — scrivanie, utensili da ufficio, oggetti raccolti — riorganizzati secondo quello che Aran chiama “Formalismo burocratico”. Quello che sembra ordinario è sottoposto a un processo rigoroso di misura, selezione e classificazione. Un metodo che si ritrova anche nel gesto di fare il pane o sfornare biscotti, simboli ricorrenti nell’artista. Questi atti diventano riti che svelano le fragilità nascoste nelle strutture di controllo.

Tra gli oggetti spiccano spesso le fototessere, formato standard della burocrazia legato all’identità ufficiale. Aran le svuota della loro funzione personale e le inserisce in disegni o pitture dal tratto energico. Ne nasce un’immagine anonima che richiama un potere invisibile, fatto di regole nascoste e dominazioni sotterranee. Lo spettatore si trova così a chiedersi come queste entità anonime influenzino l’esperienza individuale e collettiva, spesso attraverso strumenti quotidiani che sembrano innocui.

Giocattoli animali e voce: emozioni e codici culturali in scena

Il video Untitled , che dà il nome alla mostra, introduce la dimensione affettiva nella ricerca di Aran. In scena, piccoli giocattoli animali a cui l’artista affida le proprie emozioni, in sequenze che sembrano quasi amatoriali e intime. Il video sposta il linguaggio da semplice mezzo di informazione a strumento complesso per esprimere sentimenti.

Questa atmosfera si ritrova in molte opere, dove intimità, ripetizione e condivisione si intrecciano. Aran mostra come i codici emotivi siano costruzioni culturali, ma senza giudicarli. Li mette invece in luce con delicatezza, evidenziando meccanismi comuni e stereotipati. Nel 2006, per esempio, si mostra mentre abbraccia il proprio cane, un gesto carico di emozione ma anche universale e rituale.

In Untitled , biscotti per animali e sfere metalliche diventano pedine di un gioco aperto, senza regole precise. Così Aran coinvolge il pubblico in un’esperienza ludica legata alla memoria dell’infanzia, dove ognuno può riscoprire il proprio modo di dare valore agli oggetti e ai segni.

La biblioteca di pane: il linguaggio fatto materia fragile

Una delle installazioni più potenti è Untitled , una scaffalatura con lettere di pane impilate come libri. Qui il linguaggio diventa tangibile attraverso un materiale organico e destinato a deteriorarsi, quasi a simboleggiare la sua natura effimera e al tempo stesso sacra.

Quelle lettere impastate rappresentano un sapere antico e misterioso, che vive nei codici e nelle storie ma mantiene un legame invisibile con la nostra fisicità. L’opera invita a riflettere sul potere del linguaggio di andare oltre la struttura del discorso, per incarnare qualcosa di più profondo e primordiale, dove sapore e senso si fondono.

L’odore che si sprigiona contribuisce a creare un’esperienza completa, meno mentale e più istintiva. L’installazione fa percepire il linguaggio come qualcosa di vivo, fragile e sempre in movimento.

Una mostra che coinvolge tutti i sensi: suoni, odori e presenze in continuo mutamento

Untitled è un’esperienza immersiva che coinvolge più sensi e livelli di percezione. Suoni, odori, voci e presenze animano uno spazio dove gli oggetti non stanno mai fermi ma si spostano, invitando a partecipare attivamente e a rivedere continuamente il senso di ciò che si vede.

Impronte di animali, frammenti di voce, tracce di passaggi costruiscono una trama complessa e stratificata. La mostra evita facili definizioni o interpretazioni semplici; rimane aperta, sfuggente, affidata alla sensibilità e all’attenzione di chi la visita. Chi entra si ritrova in un mondo in bilico, dove lingua, corpo e memoria si incontrano in forme sempre nuove.

Redazione

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