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Rêverie a Torino: cinque artisti tra sogno e percezione alla Galleria Simóndi fino al 24 aprile

Appena entrati nella galleria Simóndi di Torino, lo sguardo cade su un volto avvolto nell’ombra, gli occhi grandi e fissi che sembrano scrutare dentro chi osserva. È Tempo di meditazione, 2025, opera di Morigen Yan: un’immagine che fonde natura e umanità sotto un cielo stellato, un richiamo alle radici dell’artista, cresciuto nella provincia cinese di Jilin. Quel volto, magnetico e a tratti inquietante, apre un varco all’introspezione, invitando a immergersi in un universo di riflessioni. È qui, tra queste pareti torinesi, che Rêverie prende forma: una collettiva di cinque giovani talenti che, ognuno a modo suo, sfidano il confine sottile tra sogno e realtà, memoria e percezione.

Morigen Yan: il tempo sospeso tra natura e ricordo

Le tele di Morigen Yan sono piccole ma colpiscono forte. Tempo di meditazione cattura un momento notturno, con il volto che sembra parte del paesaggio, quasi lo spirito della foresta cinese. Nei dipinti Link, Viaggiatore 3 e Io 2 , Yan richiama paesaggi e memorie del suo passato, con atmosfere cariche di nostalgia e simboli. I suoi oli sono morbidi, i colori giocano tra luci e ombre, portando chi guarda a soffermarsi su dettagli e a scorgere un senso più profondo, quasi esistenziale. Non è solo natura rappresentata: diventa metafora di stati d’animo e di un tempo che si dilata, trasformandosi in sogno vigile. Le opere invitano a una contemplazione quasi ipnotica, che si lega alle radici culturali cinesi e alla poetica della memoria familiare, offrendo una riflessione sul rapporto tra uomo e ambiente.

Olmo Erba: simboli antichi tra fiaba e cosmo

Da Bergamo arriva Olmo Erba, che si muove su un terreno più fiabesco e allegorico con la serie Senza Titolo del 2019. I suoi disegni a inchiostro su carta Fabriano evocano un immaginario medievale popolato da animali volanti, strani oggetti come un elmo con orecchie d’asino, e rifugi per uccelli. Non è un caso: richiamano un tempo mitico, sospeso, in cui la natura ha un ruolo simbolico e spirituale. Nei dipinti a olio e trementina veneta del 2025, Il culto delle stelle e Il culto delle stelle , Erba riflette sull’astronomia mitologica e sul legame dell’uomo antico con il cosmo. Le stelle diventano divinità, simboli di ordine e mistero, strumenti per orientarsi in un mondo incerto. Lo spauracchio, figura sospesa tra realtà e fantasia, si trasforma in fiore, una metamorfosi che cambia la paura in bellezza. Dietro c’è anche una critica alla freddezza e allo scetticismo della modernità, contrapposti a un universo fluido e partecipativo, dove il cambiamento avviene con metamorfosi inattese. Le sue opere aprono porte verso un’immaginazione che diventa sapere.

Giuseppe Mulas: la notte illumina il quotidiano

Giuseppe Mulas sposta lo sguardo dal cielo alla vita di tutti i giorni, mescolando elementi naturali a oggetti comuni, come bicchieri che racchiudono immagini di stelle. Nei dipinti Sognare la notte e Lucciole si sente la tensione tra ciò che è familiare e ciò che resta misterioso. La notte è scelta come momento per esplorare il confine tra reale e sogno. I colori saturi, quasi fluorescenti, immergono chi guarda in una foresta notturna dove le piante assumono forme ambigue, a metà tra naturale e artificiale. La luce colpisce pochi dettagli, creando un senso di espansione della percezione. Alcuni elementi escono dal quadro, suggerendo un mondo più ampio, inesplorato. Il lavoro di Mulas rompe la distanza tra oggetto e spettatore, animando il quotidiano con un nuovo significato, riflettendo sulle grandi domande che l’uomo si pone di fronte all’universo.

Luca De Angelis: la natura che osserva l’uomo

Luca De Angelis, originario di San Benedetto del Tronto, si concentra su una natura che sfugge al controllo umano. Le sue ultime opere, Gli erratici itinerari della palude e Fiore notturno , mostrano boschi intricati e creature enigmatiche. Nel grande olio su lino dedicato ai percorsi palustri, un cavallo bianco si erge come sentinella, guardando lo spettatore. Qui si rovescia la dinamica classica: è la natura che osserva l’uomo. L’animale diventa ponte tra quiete e allerta, tra mondo umano e foresta, in un equilibrio sottile tra minaccia e fascino. Flora e fauna non sono semplici soggetti, ma cariche di ambiguità, sospese tra reale e simbolico. De Angelis dà vita a una natura dominante, autonoma e misteriosa, che respinge ogni semplificazione e invita a un confronto più profondo con l’alterità del mondo naturale.

Chiara Baia Poma: memoria e simboli tra corpo e animali

La collettiva si chiude con Chiara Baia Poma, torinese che nel 2026 presenta opere in tempera al latte dal respiro metafisico. In Non ricordo, una figura distesa sembra dissolversi nella tela, mentre uccelli poggiano le zampe su di lei, portatori di un passaggio tra mondi visibili e invisibili. L’immagine parla di una memoria che si sfalda, lasciando spazio a una narrazione libera e frammentata. Il tema della conservazione e perdita della storia personale emerge tra simboli e linguaggi astratti, sospesi tra realtà e spiritualità. Crying horse gioca con la presenza di un cavallino d’infanzia, inserito in un paesaggio che ricorda un eden segreto. Le teste d’uccello che cadono come semi rappresentano identità perdute e pensieri dispersi, intrecciando temi di crescita e decadenza in un’alchimia visiva potente. Questi lavori racchiudono il senso della mostra, dove la rêverie non è fuga, ma uno strumento per sondare l’ignoto e il mistero della coscienza.

Rêverie non è solo una mostra: è un viaggio dentro sogno, memoria e percezione. Con questi cinque artisti, Torino diventa il luogo di un dialogo intenso tra natura e rappresentazione, realtà e simbolo, mettendo al centro una natura viva, dotata di coscienza. La collettiva apre uno spazio per guardare oltre la ragione, accogliendo l’incertezza e la trasformazione come parte essenziale della nostra conoscenza.

Redazione

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