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Io Non Voglio Morire: La Mostra di Ruben Montini che Sconvolge e Unisce le Emozioni a Torino

Redazione 3 Novembre 2026

Varcata la soglia dell’Associazione Barriera a Torino, un’urgenza rossa ti cattura subito: “IO NON VOGLIO MORIRE”. Non è solo una scritta, ma un grido che ti penetra, silenzioso e violento insieme. Ruben Montini l’ha impresso sul collo, ma è anche la voce di chi guarda, un sussurro che vorrebbe diventare urlo. Non parla della paura della morte fisica che arriva all’improvviso, ma di quella più sottile, nascosta dietro ogni addio, ogni delusione, ogni perdita. Montini espone senza filtri quella fragilità che tutti conosciamo, la piccola morte che ci accompagna, sempre in agguato, pronta a farsi sentire.

Un linguaggio visivo che parla dritto al cuore

Montini ha costruito negli anni un modo tutto suo di raccontare, capace di tradurre in immagini e performance emozioni che vanno oltre il personale, arrivando dritto al sentimento collettivo. Già in passato qualcuno aveva notato questa sua capacità di far fluire l’emozione oltre i confini dell’individuo. Oggi, con “IO NON VOGLIO MORIRE”, questo si vede chiaramente. La mostra mette in mostra una padronanza sorprendente, frutto di anni di riflessioni e di un percorso artistico solido. Si parte da un autoritratto scattato a Parigi, nel giorno del suo quarantesimo compleanno, un momento segnato dal rifiuto della famiglia di celebrarlo. Quel selfie è un gesto carico di significati: parla di isolamento e di ricerca d’identità, temi che attraversano tutta la mostra.

Corpo e arte: un dialogo vivo e doloroso

La scritta rossa non è solo un messaggio da leggere, ma un vero e proprio richiamo fisico, che trova eco in un’opera di Hermann Nitsch, maestro dell’Azionismo viennese. A confronto, emergono due modi diversi di intendere il corpo. Nitsch lavora sul sangue e sul corpo in un rituale collettivo e quasi sacro, mentre Montini trasforma la carne in qualcosa di profondamente personale, politico e intimo. Il corpo diventa promessa, vulnerabilità messa a nudo, ma anche testimonianza di un’urgenza sociale e individuale. La performance mette in dialogo queste due visioni, in uno scontro intenso che guarda al passato ma soprattutto al presente, con un’estetica curata in ogni dettaglio per sottolineare il peso di questa lotta silenziosa contro la morte.

Soft sculptures: stoffa che racconta memorie e rinascita

Nel cuore della mostra spiccano le soft sculptures, morbide opere di stoffa che ricordano le bambole di pezza ma portano con sé un peso simbolico forte. Sono racconti di dolore e resistenza, memorie di morti vissute prima di quella finale: traumi, discriminazioni, abbandoni. Montini rielabora la propria pelle, fatta di ferite e cicatrici, trasformandola in ricami e stoffe preziose. Ogni pezzo è una testimonianza di un passato che non può sparire. La stoffa diventa una corazza fragile ma preziosa, una difesa contro un destino che vuole portarci via troppo presto.

Memoria e dolore incisi sulla pelle

La mostra ripercorre momenti chiave della vita e dell’impegno di Montini, vissuti con forza e dolore. Nel 2009, con la performance “Frocio”, si tatuò un epiteto omofobo sulla gamba, per denunciare il vuoto legislativo italiano contro l’omofobia. Nel 2020, in “Se non uccide fortifica”, ha inciso sui propri avambracci i nomi falsi usati dai bulli a scuola, un grido contro la mancanza di protezione e il ritiro sociale. Nel 2021, con “San Sebastiano”, ha scelto di tatuarsi frasi d’odio in diverse lingue, pronunciate da sei giovani europei vittime di violenza neofascista. Il suo corpo diventa così una testimonianza vivente degli orrori del presente. Questi momenti si intrecciano in un racconto visivo potente, che fonde storia, biografia, sofferenza e resistenza.

“FÜR IMMER”: un incubo che si fa installazione

L’installazione “FÜR IMMER”, creata con l’artista Mattia Ozzy B., immerge chi guarda in una storia intensa e drammatica. Racconta l’aggressione subita da un ex-fidanzato di Montini da parte di neonazisti in Germania, e il disperato tentativo dell’artista di salvarlo offrendo parti del proprio corpo come protesi. È una narrazione che mostra la brutalità dei fatti ma anche la fragilità del gesto umano e il trauma che ne segue. Il risveglio è un fallimento inevitabile, ma la memoria di quel dolore rimane impressa, tracciata con chiarezza e profondità. Il corpo di Montini porta sulle spalle questo peso, facendolo diventare racconto e impegno.

Un grido che resta sfida e impegno

Uscendo dall’Associazione Barriera, quel grido resta dentro: “IO NON VOGLIO MORIRE”. È un urlo senza voce che diventa manifesto, personale e insieme collettivo. La mostra di Montini non lascia scampo: invita tutti a fare i conti con il rifiuto di sparire nell’odio, nella storia, nell’addio. È un viaggio attraverso corpi feriti, memorie resistenti, stoffe che tengono insieme passato e presente, per mettere a fuoco una verità profonda: la vita è fragile, ma la voglia di non essere cancellati continua a lottare. Questa tensione tra morte e resistenza diventa linguaggio artistico e, soprattutto, una sfida a guardare in faccia le ombre del nostro tempo con la forza della memoria e dell’impegno.

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