A Buenos Aires, camminando per le strade, non si può fare a meno di notare quei palazzi con porte e finestre murate. Sembrano sospesi, a metà strada tra un presente incerto e un futuro che li cancellerà. Per molti sono solo resti destinati a scomparire, ma per Ignacio Unrrein, architetto e artista argentino, quelle “facciate cieche” sono molto di più. Sono confini temporanei, custodi di storie di abbandono e rinascita, di identità che resistono al tempo.
A Milano, nella nuova sede di ORMA, la mostra Still Past mette in scena proprio questo racconto. Tra muri chiusi e aperture immaginarie, Unrrein esplora il delicato equilibrio tra costruzione e distruzione, memoria e oblio. Al suo fianco, Lucas Simões, architetto e artista brasiliano, intreccia un dialogo fatto di materia e tempo, un confronto destinato a continuare in autunno a Torino, durante Artissima. Quel dettaglio urbano spesso trascurato – la facciata murata – diventa qui un simbolo pulsante, un invito a guardare oltre la superficie.
Buenos Aires: facciate murate tra abbandono e nuova vita
Buenos Aires è una città in continua trasformazione, dove crisi economica e voglia di rinnovamento si intrecciano. Prima di essere demoliti, molti edifici vengono “tapiati”, cioè porte e finestre vengono murate con mattoni. Il risultato sono facciate cieche che nascondono interni destinati a sparire nel giro di pochi anni.
Unrrein ha scelto proprio queste superfici silenziose come soggetto del suo lavoro. Partendo dal modello in scala di un edificio reale, Tucumán 3238, mette in discussione l’idea tradizionale di architettura, che guarda all’interno come spazio da abitare. Qui, invece, l’architettura si sposta all’esterno: la facciata murata diventa una soglia temporanea tra presenza e assenza.
Questo tipo di architettura ha vita breve, e proprio per questo acquista un valore particolare. Non si tratta di conservare, ma di pensare a un’architettura fatta di impermanenza e trasformazione. Con questo gesto Unrrein ci spinge a riflettere sulla fragilità dello spazio costruito e sui segni che lascia nella memoria collettiva.
Artiarquitectura: il confine dove si incontrano arte e architettura
Il lavoro di Unrrein nasce da un’analisi profonda del rapporto tra architettura e arte, raccolta nella sua ricerca di dottorato chiamata “Artiarquitectura”. Un termine che indica uno spazio intermedio, una pratica che non è né solo architettura né pura arte contemporanea, ma un punto di incontro e sovrapposizione.
Durante la sua formazione, Unrrein ha studiato figure chiave come Rachel Whiteread, Gordon Matta-Clark, Gregor Schneider e il collettivo Stalker. In particolare, la teoria di Francesco Careri, cofondatore di Stalker, ha segnato il suo pensiero. Careri vede l’architettura come un luogo d’azione collettiva e temporanea, aperto a rivisitazioni e contaminazioni.
Questa visione ha permesso a Unrrein di superare i confini disciplinari e abbracciare una nuova idea di costruito. La sua tesi esplora come il progetto architettonico possa diventare opera d’arte, e come l’approccio artistico possa arricchire il modo di abitare e raccontare la città. L’ambito della “Artiarquitectura” diventa così un crocevia creativo che mette in gioco memoria, materia e tempo in modo originale e intenso.
Un confronto a due: Unrrein e Simões, due architetti-artisti a confronto
Still Past non è solo una mostra personale. È una doppia personale con Lucas Simões, collega brasiliano e amico di lunga data. Entrambi architetti di formazione, indagano la materia e il progetto come azione generativa, dove idea e realizzazione si intrecciano indissolubilmente.
Entrambi considerano il progetto di design il cuore della loro pratica: l’opera si fa processo di progettazione e sperimentazione continua. Le differenze emergono soprattutto nelle scelte materiali e nei riferimenti estetici. Simões richiama il design industriale con evidenza, mentre Unrrein ha un rapporto più profondo con le tecniche artigianali e i materiali ceramici, oltre a un interesse più ampio verso il design.
Queste affinità e differenze arricchiscono la mostra, che diventa un dialogo vivo. Le opere cercano materiali capaci di raccontare il tempo, la stratificazione e il fallimento. Ogni pezzo è una storia a sé, ma insieme compongono una rete che esplora i rapporti complessi tra progetto, memoria e identità.
Dall’artigianato alla tecnologia: quando la macchina entra in gioco
La manualità è una cifra riconoscibile nel lavoro di Unrrein, che ha spinto la sua creatività fino a usare la pelle tatuata come parte del processo. Negli ultimi anni ha però introdotto una macchina, la Cascoteras, progettata da lui stesso. Questa macchina produce mattoni ceramici usando stampi parametrizzati in 3D.
L’arrivo della tecnologia non ha tolto spazio all’imperfezione. Anzi, la macchina non funziona come una catena di montaggio industriale: produce più errori che risultati perfetti. Ed è proprio questo “fallimento” che sta al centro dell’idea di Unrrein. La macchina ripete schemi, ma lascia spazio all’incertezza, mettendo in discussione il mito della perfezione tecnologica.
Questo dialogo tra artigianato e automazione dà vita a opere come la Circular Column of Hollow Bricks , dove l’errore non è un difetto, ma un segno autentico. Il passaggio dalla mano umana alla macchina diventa un valore simbolico, che racconta la fragilità della materia e l’impossibilità di replicare l’identico.
Archivi e inventari: la sfida di catalogare l’incontrollabile
Il lavoro di Unrrein è attraversato da una pratica di raccolta e catalogazione. Ha censito ogni traccia che lo interessa, dalla mappatura delle facciate murate a Buenos Aires a inventari di piscine, stampe e parole. Non è un semplice accumulo, ma un bisogno di avere un controllo su temi che sfuggono a una presa totale.
L’archivio diventa uno strumento di lavoro, non un fine. La sua formazione architettonica lo spinge a organizzare, ma sa bene che la memoria è spesso frammentaria e che un inventario completo è un’utopia. Questa tensione tra ordine e impossibilità richiama il lavoro di Gregor Schneider, punto di riferimento per Unrrein, soprattutto nel tentativo di “catalogare l’inimmaginabile” e trasformare l’inventario in una narrazione critica.
La voglia di circoscrivere una realtà complessa è centrale nella pratica di Unrrein, e si traduce in opere capaci di conservare e mettere in discussione allo stesso tempo, creando un archivio vivo di segni e memorie.
Dal Sudamerica a Milano: radici italiane e nuova casa
Ignacio Unrrein porta con sé una storia familiare legata all’Italia. Sua madre è di Castelsaraceno, in Basilicata, mentre il padre ha origini tedesche. Questo mix riflette l’identità di molti abitanti di Buenos Aires, una città costruita da emigrati italiani.
Riportare in Italia i mattoni murati di Buenos Aires assume per lui un valore personale profondo, un passaggio che parla di radici e appartenenza. Durante la produzione ha mantenuto un dialogo costante con la madre, condividendo esperienze che vanno oltre la tecnica, fino a generare un’emozione comune.
La sua prima esperienza a Milano come artista è stata intensa e positiva. Nonostante alcune influenze italiane nel suo passato, a Roma e Venezia, qui ha vissuto e lavorato immerso nella vita quotidiana della città. Un ambiente che ha trovato accogliente e familiare, capace di offrirgli tempo e spazio per approfondire il proprio percorso senza fretta. Milano è così diventata non solo una tappa professionale, ma anche un luogo di radicamento e nuova energia creativa.
