Nel cuore di Roma, dietro facciate lucide e vie affollate, si nascondono baracche abbandonate, rifugi antiaerei dimenticati, tracce di una guerra che sembra lontana. Quei luoghi, un tempo vivi, oggi sfuggono allo sguardo e alla memoria, come se fossero spariti senza lasciare traccia. Il Mandrione, con le sue costruzioni precarie, è uno di questi spazi: un pezzo di storia che la città sembra aver lasciato cadere nel vuoto. Non sono solo edifici fatiscenti, ma capitoli mancanti della narrazione romana, piccoli frammenti di identità che rischiano di perdersi per sempre. Proprio qui si è concentrata l’attenzione di “Paesaggi Umani”, un progetto che ha animato la città per un mese, spingendo a guardare oltre la superficie e a ripensare il significato stesso di memoria urbana. Non un semplice recupero, ma un invito a trasformare ciò che è dimenticato in motore di cambiamento.
La chiave di “Paesaggi Umani” è un approccio chiamato “Performing Media Storytelling”. Un mix di esplorazioni sul campo, testimonianze dirette, performance dal vivo e media digitali per portare chi partecipa dentro un racconto che si costruisce passo dopo passo. Le camminate collettive, i cosiddetti walkabout, trasformano i partecipanti in co-autori di una storia che si scrive giorno per giorno. Le storie raccolte diventano poi geopodcast e mappe interattive, dove geografia e sentimento si intrecciano. Così il territorio non è più solo sfondo, ma protagonista vero. Il progetto, promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e realizzato con Zètema Progetto Cultura, ha vinto il bando Roma Creativa 365. Dietro tutto questo c’è una domanda che da tempo anima il mondo dell’arte pubblica: si può pensare un’opera senza un oggetto fisso? E chi è autore quando il risultato nasce dall’incontro tra artisti, cittadini, studiosi e tecnologia?
Al centro di questa riflessione c’è il quartiere Mandrione, famoso per le sue baracche che un tempo ospitavano comunità ai margini. Qui si riscopre la memoria di Don Roberto Sardelli, il sacerdote che portò l’educazione tra quei tuguri vicino agli acquedotti. Il progetto ha voluto evitare di trasformare la povertà in semplice immagine o la marginalità in folklore nostalgico. Ha scelto invece di dare spazio alle relazioni sociali e alle lotte di emancipazione nate in un contesto spesso ignorato dalla Roma “ufficiale”. Raccontare il Mandrione significa andare oltre i cliché, mostrando le contraddizioni della modernizzazione romana, il conflitto tra centro e periferia, sviluppo economico ed esclusione sociale.
A Villa Fiorelli, il viaggio ha portato alla scoperta di un altro pezzo nascosto della città: i rifugi antiaerei costruiti durante la Seconda Guerra mondiale. Riaprire l’ingresso di uno di questi rifugi ha fatto riaffiorare le storie dei bombardamenti del ’43 e la sfida di dare voce a ricordi senza monumenti visibili. Seguendo esempi come il bunker di Monopoli, il progetto ha usato la “sistematurgia” — una tecnica che unisce drammaturgia e strumenti digitali — per raccontare storie che non si limitano a ricostruzioni storiche. Qui la tecnologia non serve a creare illusioni, ma a mettere in luce il legame tra spazio, memoria personale e immaginario collettivo.
Un altro capitolo è stato scritto alla Centrale Montemartini, dove la statua della musa Polimnia, trovata lì nel 1928 ma conservata altrove, è stata ricostruita in digitale per farla idealmente “tornare” nel luogo d’origine. Questo intervento ha aperto un dibattito sul rapporto tra museo e contesto culturale. Un’opera può essere conservata alla perfezione, ma perdere il senso se staccata dal suo ambiente. La ricostruzione digitale non vuole sostituire l’originale, ma ricucire quella continuità culturale persa con lo spostamento. Nel 2026 NuvolaProject ha creato un modello digitale dettagliato della statua, usando intelligenza artificiale e tecniche di sintesi granulare, accompagnato da performance che hanno reso tangibile questa nuova esperienza museale.
Un’altra tappa importante è stata all’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi, dove è stato proiettato “Notturni Diamanti”, un video-teatro sperimentale realizzato nel 1984 da Marco Solari, Alessandra Vanzi e Guidarello Pontani per la Biennale Teatro di Venezia. Questo evento ha riportato alla luce una tradizione di sperimentazione italiana che aveva già combinato videoteatro, radio e linguaggi elettronici molto prima dell’esplosione delle tecnologie digitali. Riprendere questa esperienza storica serve a ricordarci che la ricerca multimediale ha radici profonde, spesso dimenticate, in un panorama culturale che guarda solo alle novità più recenti.
A Ostia, il percorso culturale ha seguito la costa dal Lido Nord fino al mare, attraversando street art, bonifiche ottocentesche e memorie politiche legate allo Stabilimento Roma, un edificio balneare ispirato alla moschea Santa Sofia e distrutto durante la guerra. Quel che rimane di queste strutture, scomparse nel tempo, racconta come la forma della città si definisca anche attraverso ciò che non c’è più. La discussione si è poi spostata sui progetti di rigenerazione del litorale, sollevando un nodo cruciale: chi deciderà il futuro di questi spazi? “Paesaggi Umani” ha mostrato il lato più politico dell’esperienza, mettendo in chiaro che memoria e racconto pubblico sono sempre legati a scelte e poteri. Ogni mappa, ogni archivio, seleziona chi resta visibile e chi resta nell’ombra. Raccontare la città diventa così una forma di controllo sul suo futuro.
I risultati di “Paesaggi Umani” non si sono fermati a geopodcast o spettacoli, ma hanno messo al centro una sfida più grande: tenere acceso il dialogo tra cittadini e istituzioni anche dopo la fine del progetto. Rigenerare la cultura richiede continuità, accessibilità e soprattutto un impatto reale sulla vita della città. Il lavoro di Urban Experience è stato un tentativo di scuotere la staticità culturale, non per offrire una Roma nuova da ammirare, ma per interrogare quella che già conosciamo. Non basta conservare il passato. Bisogna chiedersi chi ha il diritto di raccontare queste storie, di farle vivere e trasformarle in parte del presente cittadino.
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