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Giuseppe Chiari a 100 anni: mostra esclusiva tra suono, gesto e colore negli anni Ottanta

«Il gesto non indica più un suono preciso». Così si svela il cuore della mostra dedicata a Giuseppe Chiari, a cento anni dalla sua nascita. Nelle grandi partiture degli anni Ottanta esposte, fotografie di spartiti trasformati in tele di sperimentazione, l’artista fonde suono, segno e colore in un’unica azione pittorica. Acrilici, pennarelli, pastelli: strumenti con cui Chiari dipinge la musica, liberandola da vincoli tradizionali. Non è più una notazione, ma un atto creativo che si fa visibile, un intreccio di tracce e vibrazioni cromatiche. Un mondo in cui la composizione si fa libertà, e il gesto – prima mero segnale – diventa pura espressione. Ancora oggi, quel linguaggio racconta una ricerca inarrestabile.

Spartiti giganti degli anni Ottanta: dal segno musicale alla tela a colori

Negli anni Ottanta, Chiari si concentra su partiture di grandi dimensioni, realizzate con tecniche fotografiche diverse, dalla carta lucida agli acetati. Questi spartiti, lontani dall’idea classica di guida per il musicista, diventano superfici su cui l’artista traccia segni e stende colori acrilici con intensità variabile. Elena Colzi, curatrice della mostra, spiega come in questo periodo Chiari abbandoni la funzione sonora tradizionale: “il gesto non è più legato a un risultato musicale preciso, ma diventa un impulso libero e autonomo.” La partitura perde così la sua funzione descrittiva e si trasforma in una tela dove si costruisce un nuovo linguaggio visivo fatto di ritmo, movimento e colore.

Il modo di lavorare di Chiari richiama l’action painting, in particolare l’eredità di Jackson Pollock, e una visione della musica come esperienza più che come forma codificata. Il gesto pittorico diventa una traccia autonoma, un elemento fuori dal tempo che unisce arte visiva e musica. La forza di queste opere sta anche nel loro equilibrio tra spontaneità e controllo, tra colori forti e dettagli delicati, trasformando ogni spartito in un palcoscenico di segni vivi.

Giuseppe Chiari: dall’ingegneria al movimento Fluxus e alla rivoluzione della performance

Pianista, compositore e ingegnere di formazione, Giuseppe Chiari ha costruito un percorso che attraversa culture e discipline diverse. Precursore della sperimentazione sonora a Firenze, negli anni Sessanta fonda il Gruppo 70 con protagonisti della poesia visiva e delle avanguardie linguistiche. Nel 1962 entra in contatto con George Maciunas e aderisce ufficialmente a Fluxus, movimento internazionale che rompe le barriere tra le arti e propone un’arte come azione quotidiana.

Chiari diventa una figura chiave di Fluxus in Italia, portando nel movimento la sua riflessione sul gesto musicale. La sua ricerca mette in discussione i confini tra arte, suono e realtà, puntando a smaterializzare le forme classiche e a demolire le barriere culturali ed estetiche consolidate. Questo approccio dinamico, che unisce performance, musica e immagine, rende il suo lavoro un’esperienza coinvolgente. Chiari mette al centro la democratizzazione dell’arte, sfidando l’élite culturale e promuovendo una partecipazione creativa aperta a tutti.

La mostra alla Galleria Il Ponte: spazio e luce per un confronto vero con le opere

La mostra alla Galleria Il Ponte si distingue per un allestimento che privilegia spazi ampi e una luce calibrata, offrendo al pubblico momenti di vera contemplazione. Le opere respirano, senza sovrapporsi o confondersi, permettendo un’immersione profonda. Come in una performance musicale, il ritmo dell’esposizione alterna pause e momenti di tensione, facendo emergere la forza del segno e la vibrazione dei colori.

Le grandi superfici degli spartiti fotografati e ritoccati da Chiari sembrano campiture in movimento, dove il colore dialoga con il bianco del supporto, creando contrasti o armonie sottili. La sovrapposizione di tratti decisi e segni delicati costruisce un linguaggio espressivo che parla direttamente allo spettatore, superando le barriere del tempo. Il gesto dell’artista si fa presente nello spazio, invitando chi guarda a sentire la vita e l’energia di Chiari e del suo impulso creativo.

Spartiti trasformati in opere d’arte: il ready-made musicale di Chiari

Nel lavoro di Chiari si percepisce anche un richiamo consapevole al ready-made di Marcel Duchamp. Gli spartiti, che di solito servono a guidare l’esecuzione musicale, diventano oggetti d’arte a sé stanti. Chiari li fotografa, ingrandisce, capovolge e ritocca con i colori, cambiandone la natura da semplice documento musicale a superficie visiva carica di nuovi significati.

Queste opere rompono le funzioni abituali degli oggetti, creando un corto circuito tra quotidiano e arte, tra materia e segno. Il gesto diretto dell’artista su supporti già ricchi di senso apre nuove vie di interpretazione e moltiplica i livelli di lettura. Le partiture così trasformate diventano simboli di una decostruzione del linguaggio artistico e musicale, percorsi di libertà estetica e intellettuale che guardano alle grandi avanguardie del passato.

La mostra è quindi molto più di un omaggio a Chiari a cento anni dalla nascita: è una riflessione profonda sull’incontro tra diverse forme di creatività contemporanea, segnata da una ricerca continua e da una visione aperta e plurale.

Redazione

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