Al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, oltre 350 fotografie si animano e si trasformano. Non sono semplici immagini da guardare, ma racconti in movimento, capaci di cambiare senso a ogni sequenza. Dayanita Singh, artista indiana nata nel 1961, ha dedicato venticinque anni a costruire questo archivio unico, che ribalta l’idea tradizionale del museo come custode di ricordi statici. Qui, le fotografie si aprono e si chiudono come pagine di un libro vivo, sfidando il tempo e la memoria che ogni archivio tenta, senza successo, di bloccare. La mostra, aperta fino al 3 gennaio 2027, è un invito a ripensare il modo in cui guardiamo e conserviamo le immagini.
Per molti, l’archivio è un luogo dove conservare e catalogare ciò che rischia di perdersi nel tempo. Singh invece lo vede come un organismo vivo, sempre in movimento. Non un contenitore rigido, ma un sistema che cambia, costruisce e ricostruisce le storie legate alle immagini. Lo aveva già mostrato nel 2013 con File Room, dove scaffali pieni di documenti e fascicoli in India diventavano non solo un inventario ma una riflessione su come scegliamo e ordiniamo il passato. Singh mette in luce il paradosso degli archivi: cercano una stabilità per una memoria che invece è fluida, incerta. Ogni catalogazione implica una scelta, una gerarchia, e quindi la creazione di nuova memoria.
Partita dal reportage, Singh si allontana presto da un approccio documentaristico puro per definirsi una “bookmaker working with photography”. È un punto chiave per capire il suo lavoro: la fotografia da sola è materia grezza, serve un lavoro di assemblaggio, un contesto che le dia forma e senso. Il libro fotografico diventa così uno strumento per mettere in sequenza le immagini e raccontare storie aperte a diverse interpretazioni.
Il percorso di Singh la porta presto a superare il formato libro per trasformare l’ambiente espositivo in un’esperienza viva. Nasce così Museum Bhavan, un progetto innovativo dove le fotografie sono raccolte in strutture di legno mobili, i “pillar”, che si aprono e chiudono come scatole e si possono spostare. Questi “musei portatili” mettono in discussione l’idea dell’opera d’arte immutabile: le immagini all’interno cambiano significato a seconda di come vengono sistemate nello spazio.
A Villa Giulia sono esposti sedici di questi “pillar”, ciascuno con una ventina di fotografie che si trasformano in base alla posizione che assumono. Solo due di queste strutture contengono immagini a colori: una dedicata alle rose, l’altra ai reperti etruschi, fotografie scattate appositamente per questa mostra romana. Il resto è in bianco e nero, un contrasto che sottolinea il valore simbolico del colore nelle sue opere. Singh racconta che è stata l’Italia, non l’India, a regalarle quella particolare sensibilità cromatica che ha segnato il suo sguardo.
Archivio non è un semplice inventario, ma una mappa emotiva e relazionale costruita in venticinque anni di viaggi, incontri e scoperte in Italia. Qui non si tratta di raccogliere tutto, ma di raccontare storie fatte di amicizie, scambi culturali, accessi esclusivi a spazi pubblici e privati. Grazie a questi incontri, Singh ha potuto esplorare luoghi, archivi e persone con uno sguardo particolare. Andrea Anastasio, curatore della mostra e storico compagno di viaggio professionale, parla di una “cartografia relazionale”: un territorio fatto di legami autentici che danno all’archivio un significato profondo, umano.
Il rapporto tra Singh e i suoi amici italiani non si misura in soldi, ma in cura e attenzione reciproca. Singh dà voce e forma a spazi e silenzi altrui, mentre chi la accoglie sostiene il suo lavoro, che evolve in un dialogo continuo. Questa collaborazione ha dato vita a un archivio vivo, che abita la città senza invaderla, ascoltandone i cambiamenti e riscoprendo il presente in luoghi carichi di storia.
La scelta di Villa Giulia come sede della mostra non è solo per la sua bellezza o per il legame con l’archeologia. Il Museo Etrusco rappresenta un luogo simbolico per Singh, perché condivide con il suo lavoro la stratificazione del tempo e la sovrapposizione di segni di civiltà passate. L’archeologia diventa così una lente per capire come le immagini possano raccontare storie complesse e stratificate.
Aggiunge valore al progetto anche il legame di Villa Giulia con la letteratura, grazie al Premio Strega che si svolge nell’edificio. Il rapporto di Singh con il libro, inteso come contenitore di memoria, si sposa bene con questa dimensione letteraria. Alcune fotografie scattate per la mostra mettono in dialogo reperti archeologici e rose di Piazza del Popolo, creando un gioco poetico tra la luce romana, la natura e la storia.
Oggi, con milioni di immagini prodotte ogni giorno, la domanda su cosa significhi archiviare diventa cruciale. Singh lo mette in chiaro: “Il fotografo del futuro sarà più un archivista”. Non basta più scattare foto, serve scegliere come organizzarle, quali connessioni creare, quali storie raccontare e quali dimenticare.
Questo nuovo ruolo richiede di costruire condizioni per far vivere le immagini in modo diverso, in un mondo sommerso da fotografie spesso senza contesto o cura. Singh dimostra che l’archivio non è solo memoria, ma un campo aperto che si trasforma continuamente, capace di restituire il presente risignificando le immagini. La sua mostra a Villa Giulia offre uno sguardo su questa trasformazione, consegnandoci un’idea di archivio che scorre, cambia e vive.
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