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Chiara Calore a Bagnacavallo: il mistero del vedere nella pittura in mostra fino al 2026

Redazione 13 Ottobre 2026

Le tele di Chiara Calore sembrano custodire un segreto. Osservandole, si percepisce qualcosa di sfuggente, quasi magico: storie che emergono senza mai chiarirsi del tutto, emozioni che restano sospese. È questo il fascino che avvolge la mostra “Non voltarti adesso”, aperta fino all’8 novembre 2026 nel Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo. Il titolo, quasi un sussurro, suggerisce un gioco di sguardi e misteri, un invito a interrogarsi sul confine incerto tra vedere e comprendere. E il luogo non potrebbe essere più adatto: l’ex Convento di San Francesco, spazio che sembra respirare con le opere, dove ogni pennellata si fa traccia viva, frammento di una memoria che si fa pittura.

Tra memoria e frammenti: il viaggio dentro lo sguardo

Appena si entra nel corridoio dell’ex convento, si incontrano teste scolpite e dipinte, simboli spezzati che sembrano respirare lentamente, scandendo il percorso del visitatore. Non sono semplici decorazioni: queste teste mozzate scandiscono la narrazione visiva, quasi fossero note sparse di uno spartito. Dietro c’è un’indagine profonda sulla fisiognomica, che richiama i lavori di studiosi italiani come Flavio Caroli. Le opere “Grido” e “Lacrimoni” – inediti che parlano di emozioni primarie come il pianto e l’urlo – rimandano a figure barocche come la Medusa di Caravaggio o la Susanna di Artemisia Gentileschi. Non sono citazioni dirette, ma residui visivi sedimentati nella memoria della tradizione, che Calore rimette insieme e trasforma in qualcosa di nuovo.

Muoversi lungo il corridoio è come seguire il movimento incerto dello sguardo, che oscilla senza mai fermarsi. La mostra spinge chi osserva a lasciare da parte le supposizioni, invitandolo invece a completare mentalmente le immagini sospese. Le teste e le loro espressioni formano un vero e proprio atlante emotivo, un catalogo di stati d’animo che non si limitano a essere mostrati, ma diventano esperienza concreta, sensibile.

“Twins” e “Reflection”: due estremi per un unico dialogo sulla visione

Alle due estremità del corridoio si trovano le opere più importanti, che segnano il cuore della mostra. “Twins” è un doppio ritratto dell’artista e della sorella, mano nella mano, in una posa estiva e sospesa tra realtà e sogno. L’immagine, in parte incompiuta, dissolve gambe e piedi in una sfumatura di colore e pennellata, mettendo a confronto la solidità del volto con un non finito che richiama sia vecchi schemi pittorici sia fenomeni contemporanei come il glitch digitale. Questo dettaglio rompe la continuità visiva e invita a completare con l’immaginazione.

All’estremità opposta, “Reflection” mostra una donna di spalle che si guarda allo specchio. Ma il riflesso classico scompare, e nel vetro appare invece “Twins”. Lo specchio diventa così una soglia magica, un passaggio tra reale e mentale, un invito a confrontarsi con memoria e immaginario personale. Qui guardare non è semplice riconoscere: è un atto ambiguo, sospeso, che crea uno spazio di mistero e riflessione.

Il dialogo tra “Twins” e “Reflection” crea una forza che va oltre la semplice contemplazione, spingendo a leggere la pittura come esperienza soggettiva e coinvolgente.

La pittura come gioco di memorie e stratificazioni temporali

Nel lavoro di Chiara Calore, il passato non sparisce mai del tutto, ma si accumula in strati che convivono nello stesso spazio pittorico. Le immagini evocano epoche diverse, i gesti richiamano tecniche antiche senza mai diventare copie: le reinterpreta alla luce di un’estetica contemporanea. La materia pittorica è densa, materica, con pennellate che interrompono la superficie e spalancano finestre su una profondità mentale. Questo gioco tra bidimensionalità e illusione di tridimensionalità tiene lo spettatore in una tensione costante tra ciò che si vede e ciò che si intuisce.

Il “non finito” che Calore spesso usa non è solo un invito a completare, ma anche un segno di disgregazione dell’immagine che obbliga a uno sforzo interpretativo. L’opera chiede la partecipazione attiva: chi guarda deve muoversi tra riconoscimenti e assenze, collegare tracce e intuizioni. La pittura si fa così stimolo a riflettere sul linguaggio dell’immagine e sulle dinamiche del vedere.

Desiderio e materia: la dialettica nel segno di Calore

Milovan Farronato, curatore della mostra, sottolinea una contrapposizione netta nel lavoro di Calore. Da un lato, un desiderio intenso, espresso con toni caldi come rossi brillanti e neri profondi, che genera atmosfere cariche di erotismo e teatralità. Dall’altro, un raffreddamento materico che dà alla superficie una qualità quasi minerale, come una texture di pietra o granito.

Questa polarità richiama la tradizione pittorica ferrarese, così come l’ha letta Roberto Longhi nell’“Officina ferrarese”: l’intensità cromatica di Dosso Dossi contro la solidità materica di Cosmè Tura ed Ercole de’ Roberti, qui rielaborata in modo personale. Sullo sfondo si intravede anche il legame con Venezia e la sua scuola, in particolare con Tiziano, maestro del colore e della profondità emotiva.

Il confronto tra questi elementi fa della mostra una sintesi di passato e presente. La pittura di Calore è un dialogo aperto con la storia, non un’imitazione, ma un flusso creativo sempre in movimento.

Lo sguardo: un atto di responsabilità e rischio

Dietro il titolo “Non voltarti adesso” si nasconde un richiamo profondo al mito e alla filosofia dello sguardo. Non è un semplice gioco di sguardi o un invito a osservare le opere: è un monito sulla natura stessa del guardare. La storia parla di Medusa, il cui sguardo pietrifica, e di Orfeo, che perde Euridice voltandosi a guardarla.

Guardare non è mai innocuo. Vuol dire entrare in contatto con una realtà che può cambiare chi osserva, aprendo varchi pericolosi verso l’ignoto. I dipinti di Calore spingono a superare il visibile, per raggiungere un sottosuolo di ambiguità e profondità che mette in crisi le certezze. È una sfida per chi guarda: decifrare gesti sospesi, completare assenze, interpretare un mondo dove il confine tra ciò che si mostra e ciò che resta nascosto è sempre labile.

Chi visita la mostra vive così un’esperienza di scavo visivo, che si intreccia con la storia del luogo e la memoria culturale italiana. Il percorso diventa una rete di suggestioni e rimandi, una mappa dello sguardo inseguita e, al tempo stesso, sfuggente.

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