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In ponta d’pi: 15 fotografi immortalano la vita quotidiana della Romagna al Museo Civico di Bagnacavallo

Redazione 11 Ottobre 2026

Nel Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo, tra antiche mura e luce soffusa, quindici fotografi romagnoli svelano la loro terra con occhi discreti ma intensi. “In ponta d’pi. Officina romagnola” non è solo una mostra: è un dialogo silenzioso con paesaggi, volti e memorie che sfuggono al clamore. Il titolo, rubato da una poesia di Nevio Spadoni, evoca quel camminare “in punta di piedi” con cui gli artisti si avvicinano al territorio, senza invadere, ma con profondo rispetto. Fino al 10 gennaio 2027, queste immagini intrecciano tradizione e innovazione, raccontando una Romagna che resiste e si trasforma, una fotografia capace di conquistare anche oltre confine.

La fotografia romagnola: trent’anni di storia e di evoluzione

Il percorso della mostra attraversa più di trent’anni di fotografia in Romagna, con uno sguardo alle realtà e ai gruppi che hanno segnato questo cammino. Si parte dal 1986, con i Figli del deserto, il collettivo di Fusignano che ha aperto nuove strade nel raccontare il territorio e le sue comunità. Negli anni si è aggiunta la Scuola elementare di fotografia di Ravenna, nata nel 2023, esempio recente di impegno nella didattica e nella ricerca sul campo.

Questo filo continuo racconta di un tessuto culturale vivo, dove esperienze personali si intrecciano con quelle collettive. L’influenza di Guido Guidi, fotografo di fama internazionale e punto di riferimento per la scuola romagnola, si fa sentire in molti lavori, consolidando un modo di osservare che unisce passione, rigore e rispetto per il luogo. Le immagini in mostra non parlano solo di paesaggi vasti: raccontano la vita di tutti i giorni, la memoria condivisa, quei dettagli che spesso sfuggono a uno sguardo frettoloso.

La fotografia romagnola si propone dunque come documento e testimonianza di un mondo in trasformazione, fragile ma radicato nel presente. La mostra mette in luce questa realtà attraverso progetti nati proprio in questo contesto, sottolineando il legame profondo con il territorio e la comunità.

Fotografare con lentezza: uno sguardo rispettoso sul quotidiano

Le foto esposte si distinguono per un approccio che sembra voler accostare la realtà con delicatezza. “In punta di piedi” non è solo il titolo, ma una vera e propria filosofia condivisa dagli autori. Il loro sguardo è soprattutto documentario: si soffermano sui dettagli della vita romagnola senza forzature, cogliendo paesaggi, persone e ambienti con un rispetto discreto.

La scelta della pellicola, spesso di grande formato, rafforza questa dimensione. Tempi di scatto più lunghi, attenzione ai particolari, ritorni sui luoghi fotografati raccontano un lavoro che rifiuta la fretta e l’effimero. È un lavoro che segue i ritmi della natura e della vita rurale, assorbendone la calma e la lentezza.

Questa sospensione del tempo conferisce alle immagini una qualità quasi tangibile, un equilibrio tra immobilità e passaggio che le rende ponti tra memoria e presente. L’indagine non si limita a fissare un attimo, ma cerca di raccontare la trasformazione continua di territori e comunità. Il progetto curatoriale lascia trasparire una tenerezza struggente, come se tutto ciò che vediamo appartenga a un passato che resiste, si protegge e si rinnova.

Autori e progetti: storie di territori e persone

Tra i protagonisti, spiccano alcuni autori che rappresentano la varietà di toni e approcci della mostra. Davide Baldrati, con “In zir / In giro”, presenta un progetto nato per l’occasione che mette in dialogo due realtà lontane: la Romagna e le Dolomiti. Seguendo il filo del Giro d’Italia, mappa paesaggi e segni comuni, con un bianco e nero che punta sui mezzitoni per mettere in risalto queste continuità. Baldrati, che lavora con pellicola e sviluppa in proprio, ha fondato in Val di Fassa il progetto Antermoia, che unisce fotografia e laboratori.

Francesco Neri si concentra su “Farmers”, una ricerca pluriennale dedicata alla vita rurale. Le sue foto, realizzate con pellicola di grande formato, privilegiano ritratti a figura intera, restituendo i dettagli con una precisione rara. La stampa a contatto amplifica la ricchezza dei particolari, dando forza alla presenza dei soggetti. Neri è anche insegnante con esperienze internazionali, a conferma della qualità e dell’ampiezza del suo lavoro.

Luca Nostri con “Anselmo” offre un racconto lungo e meditato sul mondo familiare del nonno, esplorando oggetti, spazi e gesti di vita quotidiana. Con una fotocamera analogica di grande formato e un lavoro nel tempo, costruisce una narrazione essenziale ma carica di significati legati all’abitare la campagna e al mantenere vivi i segni del passato. Nostri ha inoltre ideato “Lugo Land”, un progetto sulla fotografia paesaggistica in Romagna.

Gian Luca Liverani, con “Fiesta”, ricostruisce l’atmosfera delle Feste dell’Unità, soffermandosi su scene di vita popolare immortalate in pellicola 35 mm. Le sue immagini, che richiamano maestri come Ghirri e Guidi, alternano vedute di paesaggio a momenti di socialità, offrendo un ritratto collettivo e personale della comunità.

Infine, Michele Buda presenta “Una scuola”, un progetto recente che ritrae una scuola per adulti stranieri che imparano l’italiano. Qui la fotografia diventa strumento di conoscenza e scambio: racconta incontri, culture e desideri di integrazione senza ridurre le persone a semplici etichette, ma mettendo in luce la loro unicità.

La fotografia come memoria e trasformazione

Nonostante le differenze di linguaggio, questi autori condividono una sensibilità che guarda alla realtà attraverso l’eredità di Guido Guidi, maestro di fama internazionale. Il loro lavoro, fatto a mano, riesce a fermare attimi senza cancellarne il fluire, trasformando ogni immagine in una testimonianza che tiene insieme ciò che cambia e ciò che resta.

L’attenzione ai dettagli, la nitidezza dei toni, la cura nello scatto rivelano un amore per l’osservazione lenta e per il legame intimo con il luogo. Attraverso queste fotografie si respira un’atmosfera particolare, come se fosse possibile trattenere l’aria di un momento, sospendendo il tempo senza piegarlo.

“In ponta d’pi” restituisce così un ritratto collettivo della Romagna, intrecciando storie individuali e comunitarie in un racconto visivo sobrio e intenso. Il dialogo tra passato e presente, tra memoria e cambiamento, emerge con forza da ogni immagine, confermando la fotografia come strumento prezioso per raccontare e conoscere a fondo un territorio.

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