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Il tempo nascosto nel tufo: gli innesti contemporanei di Carbotta e Benassi a PALAZZOIRREALE di Canelli

Redazione 6 Ottobre 2026

Nel cuore del Monferrato, dove le colline di Canelli sfumano nell’Alta Langa, sotto la superficie si cela un labirinto di gallerie scavate nel tufo, silenziose e fredde, custodi di storie che sembrano sospese nel tempo. Non sono solo bottiglie di spumante a riposare qui, ma un’intera eredità che prende vita dal 1831, quando Pietro Bosca mise le basi di una delle più celebri case spumantiere italiane. Sei generazioni dopo, la famiglia Bosca mantiene intatta la sua identità, intrecciando tradizione e innovazione.

Ma il passato non si limita al vino. L’antica sede di via Luigi Bosca, con la sua villa liberty e le cantine che si estendono a perdita d’occhio, ha trovato una nuova vocazione. Dove un tempo correva un binario ferroviario per le spedizioni, oggi si respira un’aria carica di creatività. Qui, l’arte contemporanea dialoga con le pietre del tufo e la memoria del luogo, aprendo un ponte tra epoche lontane.

Via Luigi Bosca 2, il cuore pulsante tra storia e trasformazione

La storia di questa sede si intreccia tra continuità e cambiamenti. Nato come complesso produttivo, il luogo ha ospitato cantine, uffici e una villa liberty che racconta l’influenza e la vocazione della famiglia. Dietro, un tempo, correva un binario ferroviario fondamentale per spedire il vino, ora quasi inghiottito dalla natura. Con il tempo, la produzione si è spostata in un nuovo stabilimento a Costigliole d’Asti, lasciando però intatto il carattere unico di via Luigi Bosca 2.

La struttura originaria ha conservato molte delle sue caratteristiche storiche e architettoniche: scale in ferro battuto, archivi con schedari, vecchie scrivanie, e soprattutto le suggestive “Cattedrali Sotterranee”. Queste gallerie scavate nel tufo sono diventate patrimonio UNESCO nel 2014, parte del sito dei paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato.

Questo patrimonio ha ispirato un nuovo uso culturale del luogo, trasformandolo in un laboratorio dove arte contemporanea e memoria industriale si incontrano.

PalazzoIrreale, arte e memoria si intrecciano sotto terra

“Frammenti di durata” è il progetto nato nel 2024 dalla Fondazione Bosca e dall’idea di Polina Bosca, con la direzione creativa di Diana Berti. Qui gli artisti non impongono la loro visione, ma dialogano con lo spazio, accettandone limiti e contraddizioni. Non si tratta di opere messe lì a caso, ma di un confronto attento con la storia e l’architettura del complesso.

Le installazioni, che cambiano a ogni edizione, si legano strettamente agli ambienti della vecchia sede. Patrick Tuttofuoco ha aperto il ciclo, seguito da Giuseppe Gabellone; ora tocca a Ludovica Carbotta e Jacopo Benassi, già attivi in un programma di residenze artistiche. Curata da Maria Chiara Valacchi, la mostra esplora il rapporto tra permanenza e cambiamento, declinato nel concetto di “tempo sotterraneo”.

Questo tempo che scorre sotto la superficie non si misura con l’orologio. È un fluire ambiguo, nascosto, che segue ritmi propri. Valacchi lo definisce un tempo “che accumula e consuma”, invisibile ma presente, che si deposita nelle pietre e negli spazi dell’edificio.

Ludovica Carbotta, sculture che respirano e cambiano con il luogo

Ludovica Carbotta, da tempo impegnata a esplorare il rapporto tra luogo, architettura e presenza fisica, porta al progetto una riflessione sul concetto di stabilità e interpretazione. Ha sviluppato l’idea di “fictional site specificity”: partire da un luogo concreto per reinventarne le potenzialità attraverso la finzione.

Nel tempo ha creato Monowe, una città immaginaria per un solo abitante, che attraversa istituzioni urbane reali come musei e tribunali, sovrapponendosi a territori esistenti. Per “Frammenti di durata” propone “Die Telamonen”, un trittico di sculture in polistirene, resina e alluminio, posizionate dentro e fuori il complesso. Ispirate ai telamoni antichi – quelle statue maschili che sorreggono l’architettura – qui perdono la loro rigidità e sembrano reperti archeologici dall’origine incerta.

Nel giardino, “Fausto Telamon”, una scultura del 2020 adattata a un vecchio pergolato, rompe con la tradizione: invece di sostenere pietre, regge una vite viva. La pianta, messa apposta per l’occasione, crescerà intrecciandosi con la scultura, trasformando l’opera in qualcosa di vivo e in continuo cambiamento. Un mutamento spontaneo che sfugge al controllo dell’artista e si allontana da qualsiasi celebrazione superficiale.

Jacopo Benassi, l’istante che scoppia tra suoni e immagini

Jacopo Benassi porta un’altra prospettiva sul tempo, opposta a quella lenta di Carbotta: lui si concentra sull’intensità del momento. Nato artisticamente a La Spezia, ha mosso i primi passi nella scena underground che mescola musica, fotografia e performance. Il suo stile è fatto di flash diretti e scatti ravvicinati, che sconvolgono la percezione visiva tradizionale.

Per PalazzoIrreale presenta con Michele Lombardelli “Rivoluzione ”: una performance in cui strumenti a fiato sono modificati elettronicamente e l’amplificazione wireless permette a Benassi di muoversi tra le stanze, alternando suoni e azioni fotografiche. Ogni esibizione è diversa, legata all’ambiente, al pubblico e agli imprevisti del momento.*

Il termine “analfabeta” nel titolo sottolinea l’assenza di regole musicali fisse: la musica nasce da deviazioni, interruzioni, rumori e casuali riallineamenti. Così ogni performance è unica, un’energia fugace e potente.

ArchivioFuturo, fotografare il cambiamento di PalazzoIrreale

A chiudere il cerchio c’è “ARCHIVIOFUTURO”, un progetto fotografico ideato da Diana Berti e curato da Benedetta Donato. Attraverso due sezioni, TRACCE e SGUARDI, diversi autori raccontano le trasformazioni di PalazzoIrreale negli anni.

I primi capitoli sono firmati da Marco Bertani, Flavio Pescatori e Nicola Morittu, che hanno iniziato un archivio nato nel presente ma rivolto al futuro. Il nome “ArchivioFuturo” vuole ricordare che le immagini di oggi diventeranno la memoria storica di un luogo in continuo cambiamento.

Il progetto documenta così un passaggio delicato, offrendo un prezioso racconto del lento riadattamento di una sede che unisce storia industriale, cultura del vino e sperimentazione artistica.

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