Un vaso scheggiato, una statua senza testa, un mosaico sbrecciato: frammenti che parlano più di un’opera intatta. Il tempo, con i suoi eventi turbolenti—guerre, restauri frettolosi, abbandoni—ha lasciato cicatrici sulle opere d’arte che attraversano i secoli. Eppure, proprio quei pezzi rotti custodiscono storie di trasformazione e resilienza. A Firenze, Palazzo Strozzi accende i riflettori su queste tracce silenziose con BROKEN. Il potere del frammento, una mostra che intreccia culture e periodi lontani, portando in scena oltre ottanta opere provenienti dai più grandi musei del mondo. Fino al 24 gennaio 2027, un viaggio nel cuore di ciò che resta e continua a raccontare.
Oltre ottanta opere, un viaggio tra epoche e culture
BROKEN non è una mostra facile da mettere insieme: il frammento non appartiene a un solo campo artistico o storico, ma attraversa diversi linguaggi visivi e territori, dall’antico Egitto alla Mesoamerica, dall’Etruria alla Grecia, fino alle culture del Mali, del Perù e della Cambogia. La collaborazione tra Palazzo Strozzi e la National Gallery of Art di Washington ha portato a un’importante raccolta di prestiti, con pezzi eccezionali provenienti dal Louvre, dal British Museum, dal Museo Archeologico Nazionale di Atene e da molte altre istituzioni di rilievo.
Le sale del palazzo guidano il visitatore in un percorso tematico che invita a riflettere sul frammento non solo come qualcosa di rotto, ma come testimonianza viva di un’evoluzione culturale. All’ingresso, il Cortile rinascimentale ospita un’installazione di Mark Manders, pensata proprio per dialogare con lo spazio e il tema della mostra.
Volti spezzati: storie di potere e memoria
La prima sezione, intitolata Volti, è un tuffo intenso nella storia attraverso alcuni pezzi iconici. Tra questi spiccano i frammenti del monumento funebre a Margherita di Brabante, firmati da Giovanni Pisano tra il 1312 e il 1314 e conservati al Museo di Sant’Agostino di Genova. Commissionata dall’imperatore Enrico VII per la moglie scomparsa prematuramente, questa scultura racconta molto più di una storia d’amore: smembrata e riutilizzata come decorazione in un giardino nel XVIII secolo, mostra come un frammento possa cambiare funzione e senso nel tempo.
Vicino, un pezzo egizio di grande valore: il naso e le labbra di Akhenaton, il faraone che rivoluzionò la religione. Scoperto ad Amarna, questo piccolo frammento ha resistito ai tentativi di cancellarne la memoria. È la dimostrazione di come, anche sotto la pressione della storia, la memoria di un sovrano possa trasformarsi in un simbolo forte e duraturo.
Corpi mutilati: dalla classicità all’arte contemporanea, una storia di resistenza
La sezione Corpi mette al centro statue e bassorilievi spezzati, con particolare attenzione al corpo umano. Tra i pezzi più interessanti c’è il Torso virile “di Livorno”, datato I secolo a.C. e conservato al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Recuperato dal mare e restaurato, porta ancora le tracce della lunga permanenza in acqua e ha attraversato i secoli cambiando significato, fino a diventare protagonista nel celebre dipinto Tribuna degli Uffizi di Zoffany.
Qui il frammento si allarga dal semplice concetto di rottura a quello di trasformazione culturale, con nuovi significati che si aggiungono nel tempo. La mostra mette in evidenza anche opere segnate dalla violenza dei conflitti, come il busto bronzeo di Mussolini realizzato da Adolfo Wildt nel 1923, danneggiato durante la Liberazione del 1945, che diventa così un pezzo di storia da leggere con attenzione e spirito critico.
Guerre, saccheggi e calamità: i segni della storia sulle opere
La mostra racconta anche come guerre, incendi e alluvioni abbiano segnato molti frammenti. Nella sala Guerra e colonialismo si trovano opere che portano le cicatrici di distruzioni violente. La Testa di crocifisso di Lando di Pietro del 1338 è sopravvissuta ai bombardamenti su Siena del 1944. Altri esempi sono le teste danneggiate da incendi di una Pietà della Scuola di Praga, o il Busto de La Religione di Antonio Canova, mutilato da un’esplosione nel Natale del 1917 durante la Prima guerra mondiale.
Questi pezzi raccontano un dialogo serrato tra la loro condizione materiale e le storie drammatiche che li hanno segnati. Il Cristo portacroce, dalla fine del Trecento, proveniente dal Museo di San Marco di Firenze, porta con sé la memoria dell’alluvione del 1966, ricordandoci che anche le calamità naturali lasciano il loro segno nella storia dei frammenti.
Simboli ancestrali e natura: frammenti dal Perù ai miti mediterranei
Nella sezione Natura, la mostra mostra come il frammento possa racchiudere simboli legati a elementi naturali e culti antichi. Tra i pezzi di spicco c’è un frammento di mano e avambraccio della cultura Lambayeque, datato tra il 900 e il 1100 d.C., proveniente dal Dumbarton Oaks Research Library and Collection di Washington DC. L’oro battuto, le pietre turchesi e l’argento raccontano le credenze spirituali degli antichi popoli peruviani, che attribuivano poteri cosmici a metalli e pietre legati al sole, alla luna, all’acqua e al cielo.
Qui il frammento diventa un testimone prezioso, capace di mantenere vivi legami culturali e simbolici, narrando la storia di civiltà complesse e dei loro rituali di potere e sacralità.
Dalla storia all’arte contemporanea: riflessioni sul frammento oggi
Il percorso si chiude con un confronto tra passato e presente, grazie a artisti contemporanei che indagano il frammento in modo personale e attuale. La settima sala è dedicata a Danh Vo, che affronta temi come fuga, identità e sradicamento culturale, trasformando reperti storici in riflessioni sulle sfide di oggi.
Segue la sezione Scolpire il frammento, con opere di maestri come Michelangelo, Giacometti, Rodin e Bourgeois. Al centro c’è la mano destra di una statua colossale legata a Costantino, simbolo della complessità nel riconoscere e attribuire reperti, ma anche della storia di collezionisti e musei.
Particolarmente interessante è l’opera di Julius von Bismarck, che trasforma il monumento equestre del suo antenato Otto von Bismarck in una scultura instabile, sottolineando la fragilità dell’immagine celebrativa.
La mostra si chiude con Paul Pfeiffer e la serie Incarnator, un progetto che smonta l’immagine pop di Justin Bieber in parti scolpite da artisti provenienti da paesi segnati dalla storia coloniale. Le sculture frammentate mettono a fuoco il culto moderno delle celebrità e la diffusione globale della cultura mediatica attraverso molteplici punti di vista e testimonianze visive.
