«Non posso partecipare a un evento che tace su Gaza», ha confessato un artista poco prima di annunciare il ritiro da documenta 16. L’aria che si respirava a Kassel avrebbe dovuto essere di fermento creativo, ma invece è tesa, carica di contrasti politici che si trascinano oltre i confini della mostra. Diverse voci, tra gli artisti invitati, si sono fatte sentire con decisione, rifiutando di prendere parte a un evento segnato dalle ambiguità della posizione tedesca sulla guerra in Medio Oriente. Questo conflitto, così lontano eppure così vicino, ha già acceso un dibattito che rischia di oscurare la rassegna, gettando un’ombra sulle giornate che avrebbero dovuto celebrare soltanto l’arte. A Kassel, la quiete prima della tempesta si taglia col coltello.
Artisti rifiutano l’invito: il nodo della guerra a Gaza
Nei primi mesi del 2025 Naomi Beckwith, nuova direttrice artistica di documenta 16, ha confermato un sospetto che circolava da tempo: alcuni artisti hanno scelto di non partecipare. Il motivo? Un senso di censura legato alle scelte politiche della Germania sul conflitto israelo-palestinese. Nessuno ha fatto nomi, e non è chiaro quanti siano i creativi coinvolti. Beckwith ha spiegato che molti temono di non poter trattare liberamente certi temi all’interno dei confini tedeschi. Questa situazione mette a nudo un problema complesso, dove politica e cultura si intrecciano, soprattutto in un evento di portata internazionale come documenta.
Le date sono già segnate in calendario: dal 12 giugno al 19 settembre 2027 documenta tornerà a Kassel, con il Fridericianum a ospitare la maggior parte delle esposizioni. Questo appuntamento, che si rinnova ogni cinque anni dal 1955, si prepara quindi a un’edizione segnata da contrasti non solo artistici, ma anche politici. La guerra a Gaza aggiunge un livello di complicazione che dimostra quanto l’arte e la geopolitica siano spesso intrinsecamente legate.
Dalle polemiche di documenta 15 a un periodo di crisi e cambiamenti
La scorsa edizione, documenta 15, resta un monito per il mondo dell’arte. Curata dal collettivo indonesiano ruangrupa, fu travolta dallo scandalo a pochi giorni dall’inaugurazione. Un’opera del collettivo Taring Padi conteneva simboli e immagini accusate di antisemitismo. La reazione fu immediata: l’opera fu coperta e poi rimossa. Da lì seguirono dimissioni pesanti, con Sabine Schormann che lasciò la direzione già nel luglio 2022. A fine 2023 si registrarono anche le dimissioni di massa della commissione che aveva scelto i curatori della sedicesima edizione.
Questi eventi hanno rotto gli equilibri dell’organizzazione. Nel dicembre 2024 Naomi Beckwith è stata scelta, dopo una selezione internazionale, per guidare documenta 16. Proveniente dal Solomon R. Guggenheim Museum di New York, Beckwith eredita un clima segnato dalle tensioni e dalle controversie. Il peso di queste tensioni emerge chiaramente nelle sue parole pubbliche, che sottolineano l’impegno a evitare passi falsi.
Il nuovo codice di condotta: tra lotta all’antisemitismo e libertà artistica
A febbraio 2025 documenta ha presentato un codice di condotta per evitare nuovi scandali legati a contenuti controversi. Il documento ribadisce l’impegno a combattere antisemitismo, razzismo e ogni forma di odio, ma sottolinea anche la tutela della libertà di espressione artistica. Un punto delicato è la scelta di adottare la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance , che include anche la negazione del diritto di Israele a esistere.
Proprio questa clausola ha fatto scattare dubbi e proteste, perché rischia di limitare alcune critiche politiche verso Israele, aprendo la strada all’autocensura. documenta si riserva di intervenire se dovesse individuare opere o posizioni che violano i principi fissati. Ma il confine tra libertà creativa e rispetto delle norme contro l’odio resta sottile e incerto. Il dibattito è acceso: quanto possono le istituzioni culturali gestire storie, memorie e conflitti geopolitici attraverso l’arte contemporanea?
Beckwith: superare le divisioni, puntare al dialogo
In un’intervista a Die Zeit, Beckwith ha voluto chiarire il suo punto di vista. Ha spiegato di non aver firmato il codice di condotta perché non le era stato richiesto. Più in generale, ha parlato del rischio di chiusure che bloccano il confronto e il dialogo tra visioni diverse. Per lei, «superare la mentalità divisiva» è una priorità, così come trovare spazi per ascoltare e discutere oltre il proprio punto di vista.
Il riferimento alla guerra è chiaro, ma invita a cercare una via comune, evitando il blocco delle posizioni. «Capisco la necessità di solidarietà», ha detto, «ma non si possono fare passi avanti restando fermi sulle proprie convinzioni». Beckwith ha anche criticato la gestione di documenta 15, che a suo avviso ha perso un’occasione di dialogo, esponendo opere «difficili» che hanno chiuso invece di aprire spazi di confronto.
Si dice convinta che gli errori legati a quelle opere non si ripeteranno. Ha sottolineato di prendere molto sul serio il ruolo di curatrice, con la responsabilità di valutare con attenzione i contributi.
L’opera di Taring Padi: una rimozione necessaria
Parlando dell’opera di Taring Padi, al centro delle polemiche di documenta 15, Beckwith ha spiegato che si trattava di un lavoro nato da una protesta rabbiosa contro l’ingiustizia. Tuttavia, ha aggiunto, tradurre un messaggio così forte in immagini richiede attenzione al contesto e alle sensibilità locali. Nel caso della comunità ebraica in Germania, questo equilibrio non fu rispettato. Secondo la curatrice, neppure i curatori di ruangrupa, noti per la loro apertura, erano pronti a gestire le conseguenze di quelle scelte.
Sulla rimozione, Beckwith è convinta che fosse «la cosa giusta da fare» in quel momento, anche perché avvenne con il consenso degli artisti. Ha ricordato che togliere un’opera è sempre una decisione estrema, da prendere con molta cautela per non limitare inutilmente la libertà di espressione.
Proteste e dialogo: il difficile equilibrio dell’arte contemporanea
Infine, a proposito di possibili manifestazioni contro la politica israeliana a Gaza durante documenta 16, Beckwith ha aperto alla libertà di protesta. Ha detto di non temere le manifestazioni e di riconoscere il diritto di esprimere opinioni anche forti. Ma resta il nodo: dove si traccia la linea tra libertà di parola e rispetto delle regole contro l’odio? documenta si trova proprio in questa tensione, chiamata a bilanciare pluralità e prevenzione delle divisioni. Un equilibrio difficile, che influenzerà la capacità della rassegna di ospitare opere capaci di raccontare la realtà senza chiudere le porte al confronto civile.
