Capri, con il suo fascino discreto, continua a rapire chi riesce ad avvicinarsi. Tra le sue strade si intrecciano secoli di storie: ville romane abbandonate, rifugi per anime solitarie, dimore che hanno ospitato artisti e intellettuali. Ma c’è qualcosa di più profondo, quasi contraddittorio. L’isola è insieme un luogo da abitare e un passaggio fugace, un rifugio che sfugge ogni volta che sembra a portata di mano. Chi ci vive si trova stretto tra la morsa del turismo di massa e il rincaro dei prezzi, eppure il desiderio di restare resiste, ostinato. Questa tensione tra il volere e il poter, tra il radicarsi e il frammentarsi, prende forma ora in una mostra: Abitare con Cura, ospitata in un angolo esclusivo del Jumeirah Capri Palace, dove l’arte racconta le complesse relazioni tra spazio, tempo e umanità.
Il legame tra Capri e chi la vive è sempre stato complicato, costruito in secoli di convivenza tra presenze temporanee e radici profonde. Dalle imponenti ville romane agli angoli nascosti di Anacapri, l’isola ha accolto persone in cerca non solo di un passaggio, ma di un modo nuovo di abitare, di ripensare la propria vita. Oggi, però, questa identità fatta di rapporti intimi con lo spazio viene messa a dura prova dal turismo globale che invade l’isola. L’overtourism trasforma Capri in un luogo sempre più difficile da vivere per chi vorrebbe stabilirsi. La vita residenziale cede il passo a spazi pensati solo per accogliere visitatori temporanei. Così, l’isola che incarna il desiderio di fermarsi diventa fragile, un paradosso: l’abitare c’è, ma sembra solo di facciata. Queste contraddizioni emergono con forza proprio al Jumeirah Capri Palace, un hotel che interpreta lo spazio abitativo con una cura quasi domestica, senza però riuscire a offrire la continuità della vita di tutti i giorni.
La mostra Abitare con Cura, aperta fino all’autunno 2026, si muove proprio dentro questa contraddizione. Indaga il rapporto con gli spazi temporanei, prendendo spunto anche dalla prossemica di Edward T. Hall, che studia le distanze fisiche e simboliche tra le persone. Un hotel, in fondo, è un luogo che continuamente gestisce queste distanze, tra intimità e condivisione forzata, tra passaggio e permanenza. Gli artisti invitati – Yoan Capote, Loris Cecchini, Subodh Gupta e Alicja Kwade – lavorano sui “frammenti”: pezzi di realtà spezzati, trasformati, ma ancora capaci di raccontare un tutto possibile. La mostra così va oltre l’estetica: parla di connessioni umane e materiali, di spazi condivisi in modo non lineare. Il richiamo alla dimensione quantistica dell’entanglement offre una chiave originale per pensare come elementi lontani o separati possano restare legati profondamente.
Tra le opere più significative c’è Ritrovarsi, un vaso ricomposto dopo la rottura, firmato da Ornaghi & Prestinari. Qui la tecnica giapponese del kintsugi, che usa l’oro per riparare la ceramica, si trasforma in un invito a vedere ogni frammento come autonomo e prezioso. Non si tratta di tornare all’originale, ma di accettare i cambiamenti e costruire legami che rispettano ciò che è mutato. Ogni pezzo porta con sé una storia e arricchisce la nuova forma, che è necessariamente diversa. Questo principio si riflette in tutto il percorso, facendo emergere la cura come un rapporto in evoluzione, non solo una semplice riparazione estetica.
Loris Cecchini sposta lo sguardo sulla crescita con Seed Syllables: strutture in acciaio nate da un ramo naturale, quasi cellule che si moltiplicano da sole. La mostra suggerisce che da frammenti non cicatrizzati possano nascere nuove forme e relazioni, passando dalla riparazione alla creazione di nuove aggregazioni. Subodh Gupta, invece, usa oggetti di uso quotidiano – piatti, utensili domestici – ricomponendoli in una rete che somiglia a una trama cucita. Il loro valore pratico si perde per lasciare spazio alla memoria condivisa, dove gli oggetti diventano testimoni di storie personali e collettive, anche se diverse e distanti. Questo gioco tra funzione perduta e nuovo significato attraversa tutta la mostra.
Il Jumeirah Capri Palace non è un museo e non vuole esserlo: è un hotel, pensato per ospitare visitatori per brevi periodi. Proprio questa natura rende la mostra ancora più significativa. Allestita negli spazi dell’hotel, sfida l’idea tradizionale di abitare, mettendo sotto la lente un soggiorno che spesso non genera legami duraturi, ma può diventare un’esperienza culturale e estetica. La collaborazione con Galleria Continua e il sostegno di White Artelier rafforzano il ruolo dell’hotel come spazio culturale, attento al design e all’arte contemporanea. La mostra pone domande precise: cosa significa “abitare con cura” quando l’abitare è breve, selettivo e spesso esclusivo? Come si costruiscono comunità in un luogo accessibile fisicamente ma socialmente di passaggio? È qui che il paradosso dell’ospitalità di lusso si svela, nel tentativo di trasformare l’accoglienza in un momento di relazione e cambiamento.
Il percorso di Abitare con Cura tocca un punto cruciale della riflessione contemporanea sull’abitare. Tra la brevità del soggiorno in hotel e la durata dell’opera d’arte si apre un dialogo continuo, dove la condivisione è imperfetta, a volte frammentaria. È proprio questa tensione a rendere il progetto interessante, ben oltre la semplice esposizione. Qui si esplora un modo nuovo di pensare lo spazio, fatto di relazioni instabili ma significative, di cure che non impongono risposte definitive, ma si trasformano insieme alle persone e ai luoghi. Capri, ancora una volta, si conferma un luogo di pensiero, specchio di contraddizioni e desideri profondi, tra passato e presente, ospitalità e abitare.
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