“Dietro ogni abito c’è una storia che va oltre la stoffa.” Nel 2026, tre città – Parigi, Roma e Gorizia – mettono in scena la moda come memoria vivente, non solo come tendenza passeggera. Le mostre in programma raccontano un viaggio nel tempo: dalla fotografia intensa di Rafael Pavarotti, capace di catturare l’anima nascosta dei volti, alla rivoluzione firmata Karl Lagerfeld con Fendi, fino a un decennio cruciale per il Made in Italy. In un’epoca saturata di immagini e novità, questi appuntamenti spingono a fermarsi e riflettere su come la moda intrecci politica, identità e creatività, rivelandosi molto più di un semplice fenomeno estetico.
A Parigi, il Musée des Arts Décoratifs ospita una retrospettiva che rompe i canoni classici della fotografia di moda. Oltre 200 scatti di Rafael Pavarotti, dal 2 ottobre 2026 al 2 maggio 2027, raccontano un viaggio che parte dall’Amazzonia e arriva sulle passerelle internazionali. Nato nel 1993 a Belém, nel Pará, tra natura rigogliosa e segni del tempo, Pavarotti prende la macchina fotografica dal padre e la usa per osservare da vicino le forme e le trame del suo mondo. La svolta arriva con un video del 2004 sulle sfilate Dior, che segna l’inizio del suo legame stretto tra arte e moda.
Curata da Sébastien Quéquet e organizzata da Ibby Njoya, la mostra mette in luce le radici afro-indigene dell’artista e il ruolo della luce come strumento di liberazione. Il colore diventa racconto e politica: fotografie per grandi maison come Dior e Balmain si alternano a scatti più intimi, senza artifici ma pieni di significato. Un punto centrale è la rappresentazione delle modelle nere nella moda contemporanea, da icone come Donyale Luna e Naomi Campbell fino all’editoriale storico del 2022 su British Vogue, “As the World Turns”, dove un gruppo di modelle nere rivendica il diritto a essere parte dei canoni estetici dominanti.
La mostra si chiude con una riflessione sulla natura: lasciando per un momento da parte le luci delle passerelle, si torna simbolicamente alla foresta amazzonica, terra natale di Pavarotti. Un invito a considerare il rispetto per il pianeta come valore fondamentale, proprio come il rispetto per il corpo umano, entrambi da proteggere in tempi fragili e di cambiamento.
Tra settembre e ottobre 2026, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma propone “After. Un percorso di lavoro. Fendi/Karl Lagerfeld 1985”, un progetto che riaccende il dibattito su moda e cultura negli anni Ottanta. Voluta da Maria Grazia Chiuri e curata da Maria Luisa Frisa, la mostra torna su un episodio che fece discutere: l’ingresso della moda in un museo d’arte. Nel 1985, la mostra dedicata alla collaborazione tra Lagerfeld e Fendi scatenò critiche da parte di figure come Francesco Moschini e Giulio Carlo Argan.
Quarantuno anni dopo, questa esposizione rilegge quell’evento come un punto di svolta. In mostra ci sono 50 tavolette che raccontano lo sviluppo delle tecniche di concia e tintura, quasi 180 disegni preparatori e il raro film “Histoire d’Eau” di Jacques de Bascher. Il progetto non è solo una rievocazione, ma mette in luce il dialogo acceso tra artigianato e cultura accademica. In particolare, si vede come Lagerfeld abbia trasformato la pelliccia, un materiale tradizionalmente visto con sospetto, lavorandola con la stessa cura e innovazione del cashmere, facendo nascere un’icona di stile.
Camminare tra questi oggetti significa capire una rottura necessaria e coraggiosa, che ha aperto la strada alla musealizzazione della moda in Italia. La mostra non è solo un tuffo nel passato, ma un richiamo forte a come il mondo della moda possa e debba dialogare con le istituzioni culturali, superando resistenze e pregiudizi.
Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia ospita fino al 29 novembre 2026 “Italia Settanta. La creatività come antidoto. Arte Moda Design”, una mostra che sceglie una strada diversa. Qui non si celebra un singolo stilista o marchio, ma un decennio di fermento culturale visto attraverso il rapporto tra diverse arti creative. Promossa da ERPAC FVG, l’esposizione mette in luce l’interazione costante tra arti visive, moda e design, riflettendo i cambiamenti sociali ed economici degli anni Settanta.
In quegli anni, la moda industriale si intreccia con la nascita dell’identità dello stilista, un concetto allora rivoluzionario introdotto da Walter Albini. Accanto alle opere materiche di Afro e Burri, si trovano installazioni di Michelangelo Pistoletto e le provocazioni di Gino De Dominicis, a dimostrare come l’arte fosse ancora un laboratorio critico.
Tra i pezzi più significativi spiccano la giacca destrutturata di Giorgio Armani, simbolo di eleganza fluida e urbana; i maglioni geometrici dei Missoni, che reinventano il colore; il jeans pop e accessibile di Elio Fiorucci. Nel design, la poltrona Joe di Mendini rompe gli schemi con la sua forma originale, mentre la calcolatrice Divisumma 18 di Mario Bellini mostra un minimalismo tecnologico all’avanguardia.
Il dialogo tra creazioni come il “Cretto” di Roberto Capucci, con materiali grezzi applicati al tessuto, e le opere di Burri testimonia uno scambio continuo tra diversi linguaggi espressivi. La mostra sfata l’idea di un decennio caotico: gli anni Settanta emergono come un periodo vivace e preparatorio per le esplosioni culturali degli Ottanta e l’arrivo del postmodernismo.
A completare il quadro, la Galleria Spazzapan di Gradisca d’Isonzo ricostruisce le reti artistiche locali di quegli anni attraverso archivi e donazioni, offrendo una prospettiva preziosa sulla memoria culturale del Friuli, ancora poco conosciuta.
Queste mostre dimostrano che, anche se la moda corre veloce, ha una storia viva che, raccontata con attenzione, diventa patrimonio culturale condiviso. Il 2026 è ricco di iniziative simili in giro per il mondo, da Londra a Berlino, da Anversa a Trieste, segno di una ricerca profonda sulle origini e l’identità della moda.
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