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Caldo de Millo di Lanzarote: la ricetta della resilienza tra lava e tradizione culinaria

Nel 1730, Lanzarote è stata travolta da un’eruzione vulcanica che ha cambiato per sempre il suo volto. Sei anni di lava inarrestabile, più di 25 crateri che sputavano fuoco, e un oceano di cenere a seppellire terreni un tempo fertili. Villaggi scomparsi, campi ridotti a un deserto di pietra nera, come se la luna si fosse posata sull’isola. Eppure, nonostante quel paesaggio ostile, gli agricoltori locali non hanno mollato. Con ingegno e determinazione, hanno inventato metodi di coltivazione che sfidano lava e aridità. Oggi, la loro lotta per far fiorire la terra più inospitale è ammirata in tutto il mondo.

Il dopo-eruzione: Lanzarote si reinventa

Il 1° settembre 1730 è una data che ha cambiato per sempre Lanzarote. Iniziò una delle eruzioni più lunghe e violente delle Canarie, con più di 25 crateri aperti contemporaneamente nell’area che oggi è il Parco Nazionale di Timanfaya. Per sei anni la lava non si è fermata, ricoprendo l’isola con uno spesso strato di roccia vulcanica e cenere. I villaggi agricoli furono spazzati via e la terra, prima fertile, divenne un deserto nero.

Questa trasformazione ha imposto una sfida enorme, sia per la natura che per chi vive sull’isola. Il clima arido e la scarsa pioggia complicano ancora oggi la vita degli agricoltori. Eppure, nonostante le difficoltà, la gente di Lanzarote ha trovato il modo di continuare a coltivare, sviluppando tecniche che sfruttano al massimo il terreno duro e secco.

“Enarenado”: quando il lapillo diventa vita

Il segreto della tenacia agricola di Lanzarote sta nelle sue tecniche, nate dall’esperienza e dalla necessità. Una delle più importanti è il “enarenado”: si tratta di coprire i campi con uno strato di lapillo vulcanico, una sabbia granulosa che trattiene l’umidità notturna e riduce l’evaporazione durante il giorno.

Così, anche senza irrigazione abbondante, le piante riescono a crescere in un ambiente arido. La Malvasia Vulcanica, il vino simbolo di Lanzarote, nasce proprio da vigneti coltivati in queste condizioni, spesso protetti da muretti semicircolari e scavati in conche per difendersi dal vento e conservare l’umidità. Non solo vino: patate, cipolle dolci, lenticchie, angurie e cereali si coltivano ancora grazie a questo sistema.

Un altro metodo simile è il “jable”, che usa la sabbia vulcanica per proteggere il terreno dall’essiccazione. Nel 2024 la FAO ha riconosciuto il sistema agricolo vulcanico di Lanzarote come Patrimonio Agricolo Mondiale, un riconoscimento che premia uno dei migliori esempi di agricoltura sostenibile in ambienti estremi.

La cucina di Lanzarote, fatta di terra e fatica

I prodotti di questa agricoltura eroica hanno dato vita a una cucina tutta particolare, fatta di sapori autentici e ricette antiche. Tra i piatti più rappresentativi c’è il “caldo de millo”, una zuppa di mais che a Lanzarote si distingue dalle altre isole per l’aggiunta della carne di maiale, capace di dare corpo e sapore al piatto.

Questa zuppa è una vera testimonianza della capacità di adattamento dell’isola: mais, costine e zampe di maiale, ceci, patate dolci, spezie come zafferano e cumino si uniscono in una preparazione lenta e saporita, perfetta per affrontare il clima arido dell’isola.

L’evento organizzato a Roma presso la sede della FAO ha portato in tavola questi sapori, raccontando la storia di un’agricoltura che unisce tradizione e innovazione, in equilibrio con il paesaggio vulcanico di Lanzarote.

Caldo de millo, la ricetta che parla di Lanzarote

Per chi vuole provare a casa un pezzo di Lanzarote, il “caldo de millo” è il piatto giusto. Servono: 1 kg di costine di maiale salate , 2 zampe di maiale, 500 g di mais secco , 250 g di ceci secchi, 3-4 patate , una cipolla grande, una testa d’aglio, zafferano, cumino, alloro, olio d’oliva e sale.

Prima di tutto, le costine salate vanno messe a bagno per 24 ore, cambiando l’acqua più volte. Ceci e mais si ammollano separatamente per una notte. Il giorno dopo si fanno bollire mais e ceci per un’ora, poi si aggiungono costine dissalate, cipolla, aglio e alloro, lasciando cuocere a fuoco basso finché la carne non è tenera.

Si aggiungono le patate a pezzi, zafferano e cumino e si continua la cottura per altri 20-25 minuti. La zuppa deve riposare coperta per almeno 10 minuti prima di essere servita, così i sapori si amalgamano bene. Per chi vuole, un po’ di prezzemolo o coriandolo fresco negli ultimi minuti dà un tocco di freschezza.

Chi ha meno tempo può usare legumi in lattina: si cuociono prima le costine fresche con cipolla, aglio e patate, poi si aggiunge mais e ceci scolati e le spezie, riducendo la preparazione a meno di 45 minuti. Un piatto semplice, ma ricco di storia e di sapori, che racconta l’anima di un’isola che non si è mai arresa.

Redazione

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