A 96 anni, Nino Migliori continua a sorprendere. Nato a Bologna nel 1926, ha trasformato la fotografia in un racconto vivido, capace di attraversare epoche e stili senza mai perdere freschezza. La sua carriera è un viaggio dentro la materia stessa dell’immagine, un dialogo costante tra realtà tangibile e astrazione. Ora, a Ostuni, la sua mostra “Geografie umane e astrazioni cosmiche” raccoglie oltre sette decenni di esperienze visive, mettendo in luce volti, storie e sperimentazioni audaci. Per Migliori, fotografare non è mai stato solo premere un pulsante: è stata un’esplorazione profonda, un modo di vedere il mondo con occhi sempre nuovi.
La mostra allestita nella House of Lucie di Ostuni è parte dell’Ostuni Foto Festival e gode del sostegno della rete internazionale della Lucie Foundation, impegnata a promuovere la fotografia come strumento di conoscenza e memoria, riconoscendone il ruolo culturale nella costruzione della nostra storia collettiva.
“Geografie umane e astrazioni cosmiche” raccoglie immagini scelte lungo tutta la produzione di Migliori, mettendo però in tensione due anime del suo lavoro: da una parte l’impegno nel ritrarre persone, luoghi, volti e gesti; dall’altra la sua mano che interviene direttamente sulla materia fotografica, attraverso ossidazioni, pirografie e altri trattamenti sulla stessa emulsione.
Così il percorso della mostra racconta un’evoluzione: dal documento fotografico classico si passa a una dimensione più astratta e poetica. Le immagini invitano a una riflessione filosofica: la fotografia diventa uno strumento per indagare non solo ciò che si vede, ma anche ciò che resta nascosto, una scrittura aperta a molteplici letture grazie all’atto creativo.
Nato e cresciuto a Bologna, Migliori ha imparato a guardare il mondo proprio tra le sue strade. Dopo gli anni bui del fascismo e della guerra, la città tornata libera è stata per lui il luogo ideale per affinare lo sguardo e interpretare la realtà con la macchina fotografica. Qui ha colto realtà intime, umane, mettendo a fuoco quei dettagli che raccontano vite comuni, storie spesso invisibili agli occhi di molti ma fondamentali per un racconto visivo autentico.
Bologna è stata per lui una palestra piena di stimoli, un laboratorio dove aprire gli occhi e la mente. La sua fotografia non si limita mai a un semplice reportage, ma diventa strumento di riflessione ed emozione.
Migliori non si è mai fermato alla realtà così com’è. Dopo aver iniziato a scattare nel 1948, ha seguito una strada che unisce documentazione e sperimentazione artistica: manipolazioni sulla pellicola, pirografie, ossidazioni. Il suo modo di lavorare la materia fotografica sposta il mezzo oltre la semplice immagine, trasformandolo in un’esperienza sensoriale e concettuale. Per lui la fotografia è una vera e propria “scrittura”, un modo soggettivo di raccontare: ogni foto è una scelta, uno sguardo, un’emozione.
Questa idea è rimasta salda negli anni, anche di fronte ai cambiamenti tecnologici. Anzi, proprio nell’era dei social e della produzione di massa, dove ogni giorno si scattano e condividono miliardi di immagini, la fotografia d’autore conserva il suo valore: rimane una parola visiva capace di sfidare le convenzioni e aprire nuove strade.
Nel suo percorso Migliori ha incrociato nomi importanti dell’arte contemporanea, come Emilio Vedova, Tancredi e Mauro Bendini. Quegli incontri hanno alimentato il suo interesse per un’espressione più libera, vicina alla pittura informale. Eppure, ha sempre tenuto saldo il legame con la fotografia e la luce, considerandole strumenti autonomi e insostituibili.
Le sue sperimentazioni nascono dall’esplorazione chimica e fisica della fotografia: carta fotografica, sviluppo, reazioni di ossidazione. Il risultato è un linguaggio unico, a cavallo tra immagine e materia. Non è stata una fuga dalla fotografia verso la pittura, ma un cammino parallelo, in cui le due arti si arricchiscono senza confondersi.
Tra i suoi cicli più noti ci sono i “Muri”, superfici urbane osservate con attenzione negli anni, trasformate in un archivio visivo e sociale. Per Migliori, quei muri non sono solo sfondi o elementi di contorno: sono ritratti, testimonianze dei passaggi umani, delle emozioni e dei messaggi lasciati da chi li ha vissuti.
Degrado, manifesti strappati, scritte diventano tracce del tempo che segna le cose più semplici e quotidiane. Un diario collettivo che racconta tensioni sociali, piccoli drammi e desideri della gente comune.
Con l’arrivo dei graffiti, Migliori ha interrotto questa serie, ritenendo che oggi si dia più peso all’estetica che al significato politico o sociale. Per lui resta però chiaro che l’estetica può incantare ma anche raccontare, essere seducente e al tempo stesso portatrice di memoria.
Le serie “Gente del Sud”, “Gente dell’Emilia” e “Gente del Delta” sono la sua indagine sui diversi volti del Paese, segnati da condizioni sociali ed economiche distanti, ma uniti da un’identità collettiva in trasformazione. Migliori ha fotografato un’Italia segnata dalla povertà ma anche da una vitalità intensa.
Nei suoi scatti non c’è mai un semplice racconto neorealista, ma una visione personale che mescola elementi geografici con una percezione soggettiva e culturalmente radicata. Ne emerge un panorama variegato, in cui ogni territorio mantiene la sua specificità ma fa parte di un quadro più ampio di cambiamento e sviluppo.
Tra le sue immagini più famose c’è “Il Tuffatore”, scattata nel 1951 sul molo di Rimini. La fotografia coglie un ragazzo nell’atto perfetto di tuffarsi, fermando un momento che trasmette forza, energia e rinascita dopo la guerra.
Quello scatto è diventato un simbolo di un’Italia che cerca di rialzarsi, con un vigore pieno di vita che attraversa molte sue opere. Un attimo fortuito trasformato da Migliori in un segno potente e indimenticabile.
Oggi, in un mondo sommerso da immagini, comprese quelle create da algoritmi e intelligenze artificiali, Migliori fa una distinzione netta tra fotografia vera e manipolazioni artificiali. Per lui, fotografia è solo ciò che nasce dalla luce, indipendentemente dal fatto che si usi il digitale o l’analogico.
Ritiene che le immagini generate dall’intelligenza artificiale non possano essere considerate fotografie, perché non derivano da un gesto diretto che fissa la realtà sulla pellicola o sul sensore. Questo richiamo sottolinea l’importanza del gesto e della materia nel dare valore artistico a un’immagine.
Al centro resta sempre la capacità dell’autore di comporre, scegliere e raccontare, dando senso a ogni immagine e distinguendo l’opera d’arte dalla semplice moltiplicazione di fotografie.
Il lavoro di Nino Migliori, tra umanità e sperimentazione, storia e innovazione, continua a parlare a più generazioni, confermando la fotografia come un mezzo ricco di possibilità e di profonde riflessioni culturali ed estetiche.
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