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Mariuccia Secol e la rivoluzione femminista nell’arte: la retrospettiva Unraveling al Muzeum Susch

“Quando si spezzano i fili, nasce qualcosa di nuovo.” È il cuore pulsante di “Unraveling”, la retrospettiva di Mariuccia Secol che ha preso dimora tra le pareti essenziali del Muzeum Susch, in Svizzera. Qui non si parla solo di arte: si attraversano decenni di battaglie femministe, di impegno civile, di materiali plasmati con forza e delicatezza. Le stanze della mostra si trasformano in tappe di un viaggio intimo, un racconto che si svela senza filtri, dove ogni tessuto, ogni installazione, ogni pennellata è una testimonianza viva di una donna che ha saputo tessere inclusione e resistenza in un’unica trama. Lì, davanti alle sue opere, lo sguardo si trattiene, catturato da storie di ferite aperte e sogni che ancora bruciano.

Muzeum Susch: un faro per la storia dell’arte al femminile

Inaugurato a Zernez nel gennaio 2019, il Muzeum Susch si è rapidamente fatto notare come una delle poche istituzioni che riscrivono la storia dell’arte guardando alle donne artiste. Dietro questa scelta c’è la volontà di portare alla luce figure all’avanguardia, spesso invisibili al grande pubblico e messe da parte dai canoni tradizionali. Al suo interno c’è un archivio che sfida la narrazione ufficiale, dando voce a chi ha saputo intrecciare storie personali con lotte collettive, proprio come Mariuccia Secol. Le curatrici Monika Branicka ed Eva Brioschi raccontano “Unraveling” non solo come mostra, ma come un “archivio ribelle”, il primo riconoscimento pubblico e completo di un’artista geniale e fuori dagli schemi. La sua carriera si sviluppa su temi intrecciati, dove l’intersezionalità è il filo conduttore delle sue opere e la chiave per leggere il suo percorso di vita. Attraverso un dialogo serrato con l’artista e una selezione di lavori spesso inediti, questa esposizione invita a scoprire un mondo che unisce estetica e impegno civile.

Tra cicatrici di guerra e installazioni monumentali: il racconto visivo

Appena si entra, la prima sala colpisce forte: tele dagli anni Cinquanta e Sessanta cariche di memoria e dolore per la guerra. Tra queste spicca “Burnt Cities, Holocaust”, un’immagine potente di città distrutte e ferite mai rimarginate. Ma è l’installazione tessile “Donna ponte” a dominare lo spazio: dieci metri di tessuto che si aprono come un grande abbraccio. In quest’opera Secol mette in gioco l’identità femminile in senso ampio, andando oltre appartenenze rigide e proponendo la fragilità come elemento di forza e incontro. Ogni dettaglio parla di inclusione, ascolto delle marginalità e capacità di costruire uno spazio condiviso dove le differenze sono una risorsa, non un ostacolo. Il percorso continua attraversando stagioni cromatiche che riflettono il passaggio emotivo dell’artista, fino ai lavori più recenti, che affrontano temi urgenti come le crisi migratorie, l’ecologia e le nuove esclusioni sociali. Opere come “Animus-Anima” e “Woman Bridge” ricordano che il linguaggio di Secol è sempre stato ancorato alle lotte del presente.

Anni Settanta: la resistenza politica con materiali di tutti i giorni

Gli anni Settanta segnano una svolta netta nel lavoro di Mariuccia Secol. Abbandonate le tele tradizionali, dà vita a quella che lei chiamava “creatività del rifiuto”: usare oggetti e materiali di casa come strumenti di denuncia e rottura politica. Grembiuli, tessuti comuni, spugne metalliche diventano materiali da smontare, strappare e trasformare in modo provocatorio. Il pezzo simbolo di questo periodo è “Casa di Bambola” , un assemblaggio nato demolendo i propri abiti, compreso quello da sposa. Un lavoro che mette a nudo le contraddizioni dei ruoli femminili tradizionali e urla la necessità di una liberazione visiva e concettuale. Una resistenza che si fa gesto, nel maneggiare la stoffa e trasformare ogni lacerazione in simbolo di libertà. Un passaggio che segna uno dei momenti più originali e profondi dell’arte femminista italiana, portando in primo piano temi di genere e potere ancora oggi attuali.

La sfilatura come metafora di ferite e speranza

Secol ha sviluppato una tecnica tutta sua, che la rende unica: la sfilatura del tessuto. A differenza dell’intreccio, qui si strappa piano la fibra, lasciando emergere buchi e lacune. Quegli squarci non sono solo un elemento estetico, ma evocano cicatrici sul corpo e nell’anima, ferite che non si dimenticano ma restano vive. Nel processo, il tessuto perde la sua integrità per trasformarsi in metafora visiva della fragilità umana e della complessità dell’esperienza femminile. Ma da queste ferite spunta anche la luce: ogni apertura lascia filtrare speranza, perché conoscere il dolore è il primo passo verso la rinascita. Attraverso queste trame aperte, Secol suggerisce una possibilità di ripresa e riconciliazione con il diverso e con la sofferenza. Un messaggio che si inserisce nel più ampio contesto dei movimenti sociali e culturali di cui è stata parte, dalla riforma psichiatrica al femminismo radicale.

Radici e impegno sociale: dall’ospedale psichiatrico ai circoli culturali

Nata a Castellanza nel 1929, Mariuccia Secol è stata una delle figure più originali e innovative dell’arte italiana del Dopoguerra. Formata da Galliano Mazzon e Francesco Fedeli, nel 1954 si trasferisce a Daverio, trasformando la sua casa in un punto di incontro per artisti, intellettuali e scrittori come Bruno Munari, Enrico Baj e Leonardo Sciascia. Tra le esperienze che hanno segnato profondamente il suo cammino c’è la direzione dell’atelier di pittura nell’ospedale psichiatrico di Bizzozero, dal 1965 al 1988. Un’esperienza che si inserisce nella rivoluzione della legge Basaglia e nella trasformazione della cura mentale in Italia. Qui Secol ha vissuto in prima persona una rivoluzione sociale, facendo dell’arte uno strumento di dialogo e guarigione. Ha partecipato anche al Gruppo Femminista Immagine di Varese, insieme a Milli Gandini e Mirella Tognola, contribuendo a dare voce e forma alle battaglie per i diritti delle donne di quegli anni.

Un riconoscimento tardivo ma importante: mostra e catalogo per riscoprire un’eredità

La retrospettiva “Unraveling” è una sorta di riscatto, il primo riconoscimento su scala internazionale di un’artista a lungo trascurata. Il Muzeum Susch conferma così il suo impegno a riscrivere la storia dell’arte includendo voci femminili spesso dimenticate. A corredo della mostra c’è un volume pubblicato con la casa editrice tedesca Hatje Cantz, che raccoglie saggi critici e un’intervista esclusiva per approfondire il lavoro di Secol. Le curatrici Monika Branicka, Eva Brioschi, insieme a Maria Bremer, Sonia D’Alto, Janis Jefferies e Marco Scotini, offrono un’analisi che inserisce l’artista nel dibattito storico e contemporaneo più ampio. L’eredità di Mariuccia Secol emerge così non solo dalle opere, ma dal valore culturale e sociale della sua arte, che continua a ispirare riflessioni sulle identità, sull’inclusione e sulle lotte di liberazione. Questa mostra non è solo un omaggio, ma una conferma che l’arte può correggere le dimenticanze della storia.

Redazione

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