«La pittura è morta?» Se lo chiedono spesso, ma in Italia la risposta si fa sentire forte e chiara: no, non è affatto così. Dietro le quinte, negli studi nascosti di città come Napoli, una nuova generazione di artisti sta ridando respiro a un’arte antica. Tele e pennelli tornano a vibrare, a comunicare con il mondo contemporaneo. Tra questi, c’è Enrico Loquercio. Nato nel 1996, porta con sé una storia fatta di memoria e innovazione, dove la tecnica classica si intreccia con l’energia del presente. A Napoli, le radici profonde incontrano un fermento creativo che non smette di sorprendere.
Enrico si avvicina alla pittura quasi per caso, a tredici anni, durante la terza media. Ricorda bene quel progetto scolastico: doveva realizzare un fumetto sui globuli rossi. Un lavoro che subito colpisce insegnanti e compagni. «Ero considerato il migliore», racconta. Ma la soddisfazione dura poco: un suggerimento della professoressa, apparentemente positivo, a colorare più intensamente le figure, si trasforma in una bocciatura. Dopo aver seguito il consiglio, la docente gli dice con un tono quasi rassegnato che ha rovinato tutto.
Quell’episodio segna una tappa importante: il primo scontro con l’incertezza della creatività, la fatica di trasformare un’idea in immagine. Da allora, la pittura diventa per Enrico un laboratorio dove sperimentare senza sosta, cercando un equilibrio sottile tra istinto e tecnica, tra emozione e rigore.
Il percorso artistico di Loquercio si nutre di influenze diverse e a volte lontane. La pittura, dice lui, “è un dialogo con le immagini che emergono mentre lavoro”. Spesso cita nomi come Francisco Goya, drammatico e incisivo, o Michele Priscitello, dalla delicatezza quasi naïf. Tra gli artisti contemporanei, guarda a figure come Josh Smith e Neo Rauch. Ma spesso, dopo il confronto, arriva il rifiuto: un passo necessario per trovare una strada tutta sua.
Questo continuo tira e molla tra accettazione e opposizione racconta la sua crescita artistica. Per Enrico, la pittura non è solo un fine, ma soprattutto un mezzo. Solo quando riesce a prendere distanza dal lavoro, l’atto creativo acquista davvero senso.
Le difficoltà economiche pesano molto nella sua arte. Per mantenersi, Enrico lavora nella ristorazione, un mondo pieno di emozioni contrastanti. Da lì prende ispirazione. Il lavoro, spesso faticoso e incerto, diventa materia prima per raccontare storie collettive, per dare forma a esperienze che molti condividono.
Vuole parlare a un pubblico ampio, anche se sa che saranno gli altri a dare un giudizio sui temi che affronta. La quotidianità – fatta di lavoro, relazioni, sfide personali – si trasforma in un racconto universale. Nei suoi quadri ci sono paesaggi, ritratti, nature morte, ma tutti legati da un unico intento: raccontare il presente con onestà e forza.
Nel suo lavoro, il modo in cui stende il colore è fondamentale. Ogni pennellata costruisce atmosfere vibranti che prendono vita sulla tela. Ci sono poi elementi meno visibili, più sottili, che danno energia alle sue opere: qualcosa che nasce dall’intuizione, difficile da spiegare.
La tecnica è un processo in continuo cambiamento. Ogni intervento può cambiare la direzione del quadro. C’è un momento cruciale, a metà strada, in cui il dipinto si apre all’artista: da lì può andare verso il successo o il fallimento. Solo quando sente che “gli occhi girano” capisce che l’opera è finita.
La realtà di oggi, con le sue tensioni sociali, economiche e politiche, influenza molto il suo lavoro. La difficoltà di vivere con pochi mezzi si riflette nella sua pittura, alimentando una tensione che si trasforma in materia artistica. Nonostante questo, usa poco gli strumenti digitali: telefono e computer servono solo per prendere spunto da immagini, senza lasciarsi sopraffare dalla tecnologia.
Le contaminazioni arrivano da tanti altri ambiti: musica, cinema, letteratura, e la vastità di immagini disponibili online. Ma per Enrico, la pittura resta inseparabile dalla sua vita quotidiana. Non c’è separazione tra arte e vita: tutto si mescola in un’unica esperienza che dà senso e forma al suo lavoro.
Partecipare a grandi collettive come Ensemble è per Loquercio un’occasione importante per confrontarsi con un pubblico più ampio, un momento decisivo per capire il valore delle sue opere in un contesto condiviso. Lui spera che questa esperienza non resti confinata ai musei, ma si spinga anche in luoghi più informali, come un ristorante o uno sguardo rubato nella vita di tutti i giorni.
Dietro questa idea c’è la voglia di riportare la pittura a essere un linguaggio vivo, capace di entrare nelle pieghe delle relazioni sociali e della vita comune. Il cammino di Enrico Loquercio dimostra che, anche oggi, la pittura tradizionale può raccontare storie nuove e stimolanti, dando vita a una nuova stagione dell’arte italiana.
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