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Palazzo Mazza ospita 80 robot di latta: l’arte meccanica di Massimo Sirelli incanta l’Italia

Redazione 14 Agosto 2026

Al primo piano di Palazzo Mazza, in un angolo che sembra sospeso nel tempo, ottanta robot di metallo raccontano storie insolite. Sono assemblaggi nati da bulloni arrugginiti, vecchie caffettiere e lattine segnate dagli anni; oggetti che sembrano aver attraversato decenni, trasformati in figure con volti e pose uniche. Alcuni si appoggiano delicati su basi candide, altri si celano dietro teche di vetro, come fossili di un passato che nessuno vuole dimenticare. Tutto nasce da una semplice frase in dialetto torinese, detta tanto tempo fa: “Nonna, questo lo buttiamo?” La risposta, decisa e chiara, fu un rifiuto netto: “Noooo! Se non si fosse rotto era ancora nuovo!” Da quel momento, Massimo Sirelli ha costruito una carriera intera, trasformando la materia di scarto in una memoria viva, fatta di rifiuto consapevole e di storie da non perdere.

Palazzo Mazza e la rinascita culturale di Borgia

Palazzo Mazza Borgia, dopo un lungo periodo di chiusura, è tornato a vivere nel cuore di un lembo di Calabria stretto tra due mari. La sua storia si mescola a quella dei baroni Mazza, grandi proprietari terrieri di una terra che da millenni plasma memoria e pietra. Oggi il palazzo è un punto di riferimento culturale per la comunità, affacciato su due coste e a pochi passi dal Parco Archeologico di Scolacium, l’antica Skylletion con i suoi resti romani e greci, e dalla basilica normanna di Santa Maria della Roccella. Il valore di Borgia si lega strettamente al concetto di “restanza”, coniato dall’antropologo Vito Teti, che celebra la scelta di restare o tornare come atto di resistenza e identità.

Questa rinascita ha un volto creativo e sociale, incarnato dal progetto POP-UP! che ospita la mostra di Sirelli. Nato dall’Associazione Aschenez insieme alla Fondazione Andrea Cefaly e all’Associazione Note di Colore, con il sostegno della Regione Calabria e del Comune di Borgia, POP-UP! mette in campo l’arte temporanea come invito a rialzarsi, a riscoprire il territorio e le sue potenzialità. Accanto alla mostra si svolgono laboratori, masterclass per giovani artisti e incontri sul riciclo, il riuso e la rigenerazione urbana, con l’obiettivo di ridare vita creativa ai piccoli borghi.

Il racconto in tre capitoli di Massimo Sirelli

La mostra si divide in tre sezioni, ognuna con un carattere e una storia propria, pensate per accompagnare il visitatore nel mondo del riciclo artistico di Sirelli. La prima, Stranimali, nasce dall’infanzia agricola dell’artista. Qui si incontrano figure ibride: giraffe che si fondono con gazzelle, maiali alati come “Alfredo il Maiale Volante” e galli che diventano basilischi mitologici come Basile. Questi animali strani e fantastici raccontano la convivenza con la natura e la memoria rurale, interpretando il mondo naturale con ironia e affetto.

Le Macchine Assurde parlano del rapporto con il viaggio e la meccanica, radicato nella storia familiare di Sirelli e nella concessionaria del padre, che vendeva auto, moto e barche. Qui il tema del viaggio si allarga fino all’immaginario spaziale con “Ulisse dallo Spazio”, un’astronave racchiusa in una cupola di vetro. L’installazione mostra la tensione tra realtà e fantasia, un ponte tra mondi diversi fatto con materiali di recupero.

Gli Amici Robot sono figure più personali, nate spesso da incontri con persone reali. Tra le creazioni più significative c’è “La Padella della Nonna”, del 2006, che ricorda proprio la donna e la domanda a Torino da cui tutto è partito. Ogni robot conserva i segni della sua vita passata: graffi, usure e tracce raccontano la storia e la funzione di quei materiali. La mostra attraversa così la memoria collettiva dei mestieri scomparsi e degli oggetti d’infanzia, trasformandoli in sculture cariche di umanità.

Una mostra che unisce arte e memoria con sobrietà e cura

L’allestimento punta sulla sobrietà: basi bianche, teche che proteggono i pezzi, dando a ogni robot la dignità di un reperto prezioso. Trattare con rispetto il materiale di scarto permette di scorgere il senso profondo della ruggine e dell’obsolescenza, segni di una vita passata da custodire. Camminare tra queste opere è un po’ come entrare nella storia dell’Uomo di latta di Dorothy, in cerca di un cuore. Qui, quel cuore emerge tra i segni del tempo e le mani che hanno dato nuova vita agli oggetti.

L’intera mostra ci ricorda che non buttare via un oggetto rotto non è solo un gesto pratico, ma un modo per conservare la storia di chi lo ha usato. Palazzo Mazza diventa così custode di una memoria viva, capace di restituire valore alle piccole cose dimenticate e di aprire nuove prospettive sul rapporto tra uomo, oggetto e territorio.

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