Marcello Morandini disegna ancora a mano, proprio come sessant’anni fa. Niente computer, niente tablet: solo tecnigrafo e linee tracciate con precisione, prima che il materiale prenda forma. Da questo gesto semplice nasce un viaggio artistico intenso, che oggi si conserva nella Fondazione a lui dedicata a Varese. È il primo museo italiano interamente dedicato all’Arte Concreta e Costruttivista. Quel segno netto, nero su bianco, resta il cuore pulsante di tutto: volumi di legno, superfici di plexiglas, marmo levigato, persino stampe tridimensionali. Qui, la materia si piega al disegno, e il disegno comanda sempre.
Tutto comincia nei primi anni Sessanta. Morandini, nato a Mantova nel 1940 e cresciuto a Varese dal ’47, ha costruito la sua poetica partendo dalla grafica. Il segno sul foglio, il disegno tecnico, non sono casuali ma fondamentali. La linea si fa superficie, il tratto si allarga a volume, fino a occupare spazi reali: non più solo fogli o stampe, ma oggetti, facciate, edifici. Cambiano formato, scala e materiali, ma il centro resta sempre la forma. L’uso quasi esclusivo del bianco e nero nasce dalla convinzione che il contrasto netto basti a rappresentare la purezza del disegno, senza colori che porterebbero emozioni estranee alla rigida costruzione.
L’esperienza di Morandini tra Atlantic di Vergiate, gli studi serali a Brera e lo studio Fronzoni ha rafforzato questa visione rigorosa. Dal 1964 porta le sue ricerche grafiche nello spazio tridimensionale, e nel 1968 si fa notare alla Biennale di Venezia con una sala personale, che non chiude nemmeno sotto la pressione del movimento studentesco. Un gesto di autonomia che sottolinea come l’artista abbia sempre tenuto separati arte e politica, per mantenere intatta la purezza espressiva.
Varese è diventata la casa dove conservare e far vivere questo patrimonio. Nel 2016 nasce la Fondazione Marcello Morandini, ospitata nella Villa Zanotti, un edificio in stile Liberty del 1907 restaurato con l’aiuto di Fondazione Cariplo. Al pubblico si è aperta il 2 ottobre 2021, mentre il riconoscimento ufficiale da Regione Lombardia è arrivato l’8 marzo 2024, confermando il ruolo chiave della Fondazione nel panorama culturale regionale.
La villa custodisce una collezione in continuo aumento, organizzata senza titoli ma con un codice alfanumerico progressivo, che va dall’opera numero 1 del 1964 fino a superare oggi la 740. Una scelta che riflette il distacco dalla parola a favore dell’autonomia della forma: le opere comunicano attraverso la geometria, la rotazione, la sovrapposizione di figure semplici come linee, cerchi e quadrati. Semplicità che nasconde un’infinità di combinazioni, segnando sessant’anni di ricerca creativa.
Morandini non si è fermato a sculture e grafica. Il suo linguaggio geometrico ha superato i confini del design e dell’architettura con disinvoltura. Nel 1984 ha firmato la facciata dello stabilimento Thomas a Speichersdorf, lunga 220 metri, e nel 1987 ha collaborato al progetto dell’edificio Rosenthal di Selb. Pur non essendo architetto, le sue opere architettoniche sono viste come sculture monumentali, un’estensione della sua indagine sullo spazio.
Negli ultimi anni il suo metodo ha trovato nuovi terreni di espressione. Nel 2025, insieme a Dinodo Studio, ha presentato “Passi nella Geometria”, una serie di tappeti in edizione limitata che portano il suo linguaggio formale su superfici tessili. Uno di questi, “Fermati”, ha vinto il Product Design Award di BIG SEE nello stesso anno. Una sfida che coniuga pattern matematici e vita quotidiana. In cantiere c’è anche un progetto per un ascensore esterno di circa quindici metri per rendere accessibile Villa Zanotti, rivestito da superfici specchianti e decorato con una grafica verticale che dialoga con il verde del giardino.
La Fondazione non si limita a custodire un patrimonio storico, ma è una vera piattaforma per promuovere e far crescere l’arte concreta e costruttivista. La programmazione prevede mostre temporanee di artisti contemporanei che dialogano con la collezione permanente. Fino al 20 dicembre 2026 è aperta “Antonio Barrese. Morfologie di luce”, curata da Stefania Gaudiosi, che esplora il rapporto tra arte, scienza, tecnologia e percezione, temi che rispecchiano lo spirito sperimentale del museo.
Morandini segue in prima persona la crescita e l’allestimento della collezione al primo piano della villa. Sta recuperando alcune sue opere oggi sparse in collezioni private, con l’obiettivo di ricomporre l’intero percorso della sua ricerca artistica, assicurando coerenza e continuità nelle esposizioni. La collezione non è un punto d’arrivo, ma un’esperienza in continuo divenire.
Sessant’anni di passione per il segno e la forma raccontano una storia unica, che la Fondazione di Varese custodisce e rende accessibile, mettendo in dialogo passato e presente nel linguaggio universale dell’arte concreta.
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