Nel cuore di Milano, a novembre, prende vita una mostra che ribalta la visione classica dell’antichità. La Fondazione Prada apre le porte a Global Antiquity, un’esposizione che intreccia storie di mondi connessi, lontani dall’idea di civiltà isolate. Oltre 150 opere, provenienti da ogni angolo di Europa, Asia e Africa, raccontano scambi millenari: non solo merci, ma idee, culture e poteri in movimento. Qui, ogni reperto è una traccia sulle rotte dimenticate, molto più vaste e complesse delle celebri Vie della Seta.
Dal 5 novembre 2026 all’1 marzo 2027 il Podium di Milano si trasforma in un punto d’incontro tra storie e culture antiche. La mostra è curata da Salvatore Settis, Anna Anguissola e Chiara Ballestrazzi, con l’allestimento firmato da Rem Koolhaas e dallo studio AMO/OMA. Global Antiquity segue idealmente le precedenti esposizioni della Fondazione Prada dedicate al mondo classico, come Serial Classic, Portable Classic e Recycling Beauty. Se quelle mostre hanno indagato la serialità della scultura antica o il riuso delle opere classiche nel Medioevo, qui lo sguardo si allarga: tre continenti, un arco temporale che va dal VII secolo a.C. al X secolo d.C.
Il percorso invita a mettere in discussione l’idea tradizionale di società antiche isolate. Al contrario, l’esposizione ricostruisce una fitta rete di relazioni e scambi tra culture diverse, concentrandosi sul movimento di persone, merci e idee. Global Antiquity offre una visione a più centri degli scambi antichi, superando i confini geografici conosciuti e allargando lo sguardo oltre le rotte commerciali più note.
Protagoniste della mostra sono oltre 150 opere, provenienti da musei e collezioni prestigiose di tutto il mondo. Ogni pezzo è raccontato come un anello di una lunga catena che unisce tempi, luoghi e culture. Un elemento chiave del progetto è l’attenzione uguale al luogo di ritrovamento e a quello di produzione delle opere, un approccio che svela percorsi spesso inattesi e relazioni culturali poco conosciute.
Tra gli oggetti più significativi spicca una statuetta femminile indiana, trovata a Pompei e datata al primo secolo d.C., che testimonia legami diretti con il Mediterraneo prima dell’eruzione del Vesuvio. Il tesoro di Begram, dall’Afghanistan, raccoglie oggetti romani, cinesi e indiani, mostrando la fusione di culture lungo vie commerciali trasversali. Un altro esempio è il cofanetto in avorio e ambra di Belmonte Piceno, frutto di scambi tra il Baltico, il Mediterraneo e forse l’Africa, simbolo di mercati antichi ampi e complessi.
Il percorso si struttura su tre concetti chiave: convergenza, simmetria e intersezione. Attraverso installazioni pensate per stimolare il confronto tra opere diverse, il visitatore è spinto a cogliere analogie iconografiche e influenze reciproche. Tra accostamenti sorprendenti, segnaliamo una moneta con Alessandro Magno e il re Poro, proveniente dall’India, e un cammeo sasanide che celebra la vittoria di Shapur I sull’imperatore romano Valeriano. Due oggetti lontani geograficamente, ma uniti dalla stessa idea simbolica del potere.
Altri pezzi raccontano contaminazioni artistiche importanti nel tempo, come un rivestimento dorato di un gorytos scitico decorato con scene legate ad Achille, eroe omerico, o la trasformazione dell’immagine del Buddha in quella dei santi cristiani Barlaam e Iosafat, esempio di sincretismo religioso e culturale.
Global Antiquity parte da un’idea chiave: il mondo antico va visto come un sistema globale di relazioni, non come un insieme di civiltà chiuse in sé stesse. La mostra mette a confronto i concetti di globalità e globalizzazione, sottolineando come nell’antichità la globalità fosse fatta di scambi orizzontali, reciproci e in continua evoluzione.
Questa prospettiva invita a rivedere le narrazioni moderne che puntano a identità culturali chiuse e impermeabili. Come spiega Salvatore Settis, l’esposizione mostra numerosi esempi di interazioni culturali che formano una rete poligonale di scambi e influenze in Eurasia, estendendosi oltre i confini tradizionali.
Accanto alla mostra principale, il programma prevede approfondimenti sui tessuti cinesi provenienti dai Musei Vaticani e dal Qatar, esposti in un container collegato al Podium. Un’occasione in più per guardare da vicino le rotte commerciali asiatiche. Particolare attenzione è dedicata anche all’ipotesi che la testa del Leone di San Marco a Venezia abbia origini cinesi.
Infine, una serie di mappe dettagliate illustra le principali rotte di diffusione di materiali come vetro e ceramica, aiutando a visualizzare le connessioni geopolitiche e commerciali tra Mediterraneo e Asia lungo quasi duemila anni.
Le opere arrivano da alcuni dei musei più importanti al mondo: Metropolitan Museum of Art di New York, British Museum di Londra, Louvre e Musée Guimet di Parigi, Prado di Madrid, Getty Museum di Los Angeles. In Italia partecipano i Musei Vaticani, il Museo delle Civiltà, i Musei Capitolini di Roma, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Parco Archeologico di Pompei.
La collaborazione scientifica e la ricchezza delle provenienze sottolineano l’ambizione di Global Antiquity, un progetto internazionale di grande respiro. Il catalogo, curato dallo studio 2×4, offre saggi di studiosi e una selezione di mappe dettagliate. Un contributo di Miuccia Prada arricchisce ulteriormente la comprensione delle dinamiche culturali e commerciali che hanno segnato il mondo antico.
Global Antiquity si presenta così come una mostra che apre nuovi orizzonti sul passato, mettendo al centro la mobilità e l’interconnessione tra culture di diversi continenti e stimolando a ripensare il nostro rapporto con l’antico e con il presente.
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