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Giovanni Leone di Aterballetto: come un’immagine ha trasformato la passione per la danza moderna

“Non c’erano corsi di break-dance nel mio paese.” Giovanni Leone lo racconta con un sorriso, mentre si prepara dietro le quinte di Aterballetto. Nato tra un pallone da basket e una palla da calcio, ha sempre cercato un modo per esprimersi con il corpo, ma la strada è stata tutt’altro che scontata. La passione per la danza è sbocciata lentamente, partendo da quella voglia di movimento che lo spingeva a inseguire ritmi e gesti diversi. Quando ha scoperto la danza moderna, qualcosa è cambiato davvero: lo sport ha lasciato spazio a prove serrate, palchi e emozioni nuove. Ora è pronto a debuttare in Doppiogioco, l’ultima creazione di Philippe Kratz, dove brillerà come protagonista. Un viaggio che racconta la trasformazione di un atleta in un danzatore, senza mai perdere la freschezza di chi muove i primi passi.

L’Accademia milanese: la scuola che ha formato un danzatore

La svolta nella carriera di Giovanni è arrivata con l’ingresso all’Accademia DanceHaus Susanna Beltrami di Milano. Dopo aver superato l’audizione, ha iniziato un percorso intenso di tre anni, che non si è limitato alla tecnica pura ma ha coinvolto tutto il suo essere. Sotto la guida di Susanna Beltrami e Matteo Bittante, ha preso parte a spettacoli che gli hanno insegnato cosa vuol dire stare su un palco, con tutte le responsabilità che questo comporta. Lì ha imparato che danzare è molto più che muovere il corpo: è rispetto per la scena, disciplina quotidiana e consapevolezza.

Non si è fermato all’Accademia. Spinto dalla voglia di confrontarsi con altri stili, ha frequentato workshop, stage e collaborato con vari coreografi italiani. Progetti come “Bermudas” di Michele Di Stefano e incontri con Ariella Vidach e Lara Guidetti hanno arricchito il suo bagaglio, facendogli scoprire nuove sfumature della danza. Questa esperienza variegata è stata la palestra ideale per affrontare la scena come freelance, mettendosi alla prova in contesti diversi.

Aterballetto: la sfida della compagnia stabile

Da tempo Aterballetto, il Centro Coreografico Nazionale di Reggio Emilia, era un obiettivo chiaro per Giovanni. Nel 2019 ha superato l’audizione e ha iniziato a far parte del corpo di ballo. Il cammino fino a qui è stato lungo e impegnativo, anche grazie al sostegno di coreografi come Philippe Kratz e Diego Tortelli, con cui aveva già lavorato. La differenza più grande è stata la routine: ore di prove ogni giorno, uno studio rigoroso della tecnica classica e la vita di gruppo dentro la compagnia.

Il suo corpo ha cambiato forma: la tecnica si è raffinata, la resistenza è cresciuta e le lacune iniziali, soprattutto nella danza classica, si sono colmate con allenamento costante. Non sono mancati momenti duri, come la rottura del menisco, un infortunio che ha affrontato con determinazione. In Aterballetto ha potuto lavorare su repertori ampi e variegati, spaziando tra stili diversi. Le tournée internazionali e le collaborazioni con coreografi di fama mondiale – da Crystal Pite a Johan Inger fino a Marcos Morau – lo hanno spinto a crescere, sia fisicamente che nell’espressività.

Marcos Morau e il ruolo creato su misura

Uno dei momenti chiave nella carriera di Giovanni resta la creazione di “Notte Morricone”, firmata dal coreografo spagnolo Marcos Morau. Lo spettacolo, che ha riscosso un grande successo in Europa, gli ha permesso di entrare in un linguaggio coreografico molto particolare e raffinato. Prima di iniziare, Morau ha guidato una settimana di workshop per esplorare elementi visivi e temi artistici, un rito che ha creato le basi per il lavoro sul palco.

La metodologia di Morau si è distinta per la precisione e la capacità di trasformare intuizioni in immagini forti ed evocative, sempre pronte a cambiare durante le prove. Questo ha richiesto ai danzatori attenzione costante e grande disponibilità a reinventarsi. Per Giovanni è stato un passaggio decisivo: a differenza di ruoli già esistenti, questo è stato creato apposta per lui, modellato sulle sue caratteristiche fisiche e artistiche. Quel lavoro ha rafforzato la sua presenza scenica e la capacità di incarnare la visione del coreografo.

Dal gesto all’immagine: come nasce il movimento

Per Giovanni il movimento non è mai solo un gesto tecnico. Parte sempre da un’immagine precisa nella mente, che guida la costruzione del passo. Nel lavoro con i coreografi spesso gli viene chiesto di visualizzare sensazioni o forme – come una bandiera che si muove – e quell’immagine diventa il punto di riferimento che orienta il corpo, aiutandolo a trasformare il movimento in modo autentico.

Con l’esperienza, la sua percezione corporea si fa più fine, permettendogli di tradurre fedelmente le suggestioni ricevute. In una danza contemporanea che spesso rinuncia a storie lineari o narrazioni chiare, l’immagine diventa fondamentale per trasformare l’idea in qualcosa di concreto, che anche il pubblico può cogliere.

L’emozione entra in scena senza forzature. Giovanni preferisce un approccio spontaneo, senza sovraccaricare la performance di pensieri controllati, così da rendere la danza un’esperienza immediata e sincera. Paragona questo atteggiamento a quello di un bambino, libero da schemi rigidi, capace di mantenere freschezza e apertura, ingredienti essenziali per un artista in continuo divenire.

Duetti e gruppo: l’arte della relazione in scena

Il rapporto tra danzatori cambia molto a seconda del lavoro. Nel duetto, la connessione è diretta e immediata: il contatto fisico serve a trovare l’equilibrio, gestire i pesi e sincronizzare i movimenti. Serve un ascolto profondo e reciproco per far sì che tutto scorra fluido.

Quando si lavora in compagnia, le cose si complicano. Si incontrano energie diverse, stati d’animo contrastanti e condizioni fisiche non sempre uniformi. Non è facile raggiungere una sintonia totale in sala prove, ma il palco ha un ruolo speciale: la musica, l’ambiente e il pubblico creano una sorta di “bolla” che unisce tutti i danzatori, superando le differenze e dando vita a uno spettacolo coeso e coinvolgente.

La bellezza nella danza: tecnica e fascino personale

La bellezza nella danza si misura su due fronti: da un lato la perfezione tecnica, la linea pulita e il controllo; dall’altro qualcosa di più sfuggente e personale. Giovanni riconosce la bellezza evidente di un corpo allenato che esegue movimenti precisi, frutto di studio e disciplina.

Ma c’è anche un altro tipo di bellezza, più intima e carismatica. È quell’energia che alcuni danzatori emanano anche da fermi, che cattura lo sguardo senza bisogno di orpelli. Questa “aura” trasmette intensità e presenza, trasformando lo spazio con la forza della personalità. Non è solo estetica o tecnica, ma il rapporto che si crea tra artista e pubblico.

Tra cura del corpo e autenticità: il difficile equilibrio

Nel mondo della danza prendersi cura del corpo è fondamentale, e con questo arriva anche una certa dose di vanità. I danzatori sanno che devono mostrarsi al meglio e curare la forma fisica è parte del lavoro. È una vanità necessaria, l’orgoglio di mostrare i frutti di ore di allenamento e sacrificio.

Giovanni però mette in guardia: questo desiderio non deve mai prendere il sopravvento. Quando la voglia di piacere al pubblico diventa più forte della verità del movimento, si percepisce subito e si rischia di perdere sincerità. L’equilibrio tra la cura del corpo e l’autenticità del gesto è una sfida che si ripete ogni giorno.

L’improvvisazione: libertà e crescita

L’improvvisazione è per Giovanni uno strumento prezioso. Anche se la pratica meno di quanto vorrebbe, la considera fondamentale per stimolare la creatività e far evolvere il proprio linguaggio. A volte lo fa da solo, senza pubblico né telecamere, in momenti di ricerca personale.

Quando invece condivide le sue improvvisazioni online, entra in gioco anche la dimensione della visibilità e la reazione del pubblico, un mix di ego e consapevolezza. L’improvvisazione non è solo libertà, ma diventa anche una risorsa concreta quando i coreografi chiedono ai danzatori di partecipare attivamente alla creazione del movimento.

Attraverso questa pratica si riconoscono anche abitudini e schemi ripetuti, e la sfida è proprio superarli per scoprire nuove vie. L’osservazione della cultura urban hip hop e dei suoi contest continua a ispirare Giovanni, che ammira la musicalità e la capacità di reinventarsi dei ballerini di quel mondo. Questi incontri aprono nuovi orizzonti e offrono stimoli importanti per ampliare il suo repertorio.

Un percorso fatto di incontri e crescita continua

Guardando al passato, il cammino di Giovanni Leone è fatto di tappe importanti, in cui ogni insegnante, coreografo e spettacolo ha lasciato un segno concreto. La sua forza è la curiosità, sempre viva e pronta ad accogliere nuove esperienze.

Aterballetto non è solo una casa stabile, ma un laboratorio dove confrontarsi ogni giorno con tecnica, emozione e linguaggi scenici diversi. Tra prove, tournée e creazioni, il suo viaggio si intreccia con la vitalità di una danza contemporanea in continuo movimento e aperta a nuove sfide.

Redazione

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