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Grammelot di Luca Ceccherini: l’arte del linguaggio senza parole in mostra a Parigi fino al 29 luglio

Redazione 12 Luglio 2026

A Parigi, sotto il sole cocente di luglio, rue de Seine 53 si anima di un’atmosfera fuori dal comune. Alla Galerie Dina Vierny, Luca Ceccherini ha aperto le porte della sua mostra _Grammelot_, un esperimento che mescola teatro e pittura senza usare una sola parola. È un linguaggio fatto di suoni strani e gesti antichi, che arriva dritto al cuore senza bisogno di traduzioni. Qui, la tradizione medievale del grammelot si fa contemporanea, trasformando ogni quadro in una scena silenziosa, un dialogo visivo che sfida le barriere del linguaggio.

Grammelot: quando il gesto parla più delle parole

Il _grammelot_ è un linguaggio teatrale nato nel Medioevo, usato da attori e giullari che comunicavano con suoni, ritmi e movimenti, senza dire una parola vera. Si tratta di un codice fatto di cadenze, onomatopee e mimica, capace di farsi capire ovunque, anche senza una lingua comune. Dario Fo lo ha riportato alla luce nel 1969 con il suo _Mistero Buffo_, dimostrando che questa forma antica è ancora viva.

Giorgia Aprosio, curatrice della mostra e autrice del testo critico, definisce il grammelot come una “lingua-non-lingua”, un intreccio di gesto e suono che non dice nulla di preciso ma, paradossalmente, racconta tutto. È una forma primordiale di comunicazione teatrale, precedente a ogni codice scritto o parlato. Proprio questa natura rende il grammelot il tema ideale per la prima mostra francese di Ceccherini, che esplora il confine tra espressione visiva e performativa.

Luca Ceccherini: tra radici antiche e sguardo moderno

Nato ad Arezzo nel 1993, Ceccherini si è formato tra la sua città, Firenze e Venezia, intrecciando teatro e belle arti in un percorso a più dimensioni. Le sue opere hanno viaggiato da Milano a Napoli, fino a Shanghai. Recentemente ha lavorato in residenze artistiche a Brescia e vicino Firenze, approfondendo personaggi archetipici del teatro come trickster, giullare, acrobata e chi legge la mano.

Le sue tele non si limitano a rievocare la commedia dell’arte come una semplice collezione di maschere. Piuttosto, trasformano quei personaggi in tipi umani universali, immersi in una Toscana immaginaria che fa da sfondo a drammi senza tempo. I protagonisti incarnano un’umanità sospesa tra realtà e simbolo, mentre lo spazio pittorico racconta storie che sfuggono al tempo, intrecciando passato e presente.

A Parigi, i grandi quadri che parlano di vita e destino

Nella sala principale della Galerie Dina Vierny dominano tre grandi tele del 2026: _Il carretto dell’indovina_, _Taglio della veste_ e _Acrobata_. Sono il cuore pulsante della mostra, affiancate da opere più piccole ma altrettanto intense. In particolare, _Il carretto dell’indovina_ traduce in immagine il desiderio umano di conoscere il futuro, una spinta che attraversa i secoli.

Ceccherini racconta la difficile convivenza con l’incertezza della vita e del proprio cammino. Il confronto con il destino, spesso oscuro e ineluttabile, anima le sue figure. L’artista mette a confronto l’attore, che conosce la fine dello spettacolo ma non il proprio domani, e chi cerca risposte nelle arti divinatorie, risposte che restano sempre elusive. Questo tema, caro a Ceccherini, diventa una piccola mappa del rapporto umano con l’incertezza.

I richiami nascosti e l’invito a guardare oltre

Nelle tele di Ceccherini si possono scorgere echi lontani: la drammaticità della crocifissione giottesca, i colori freschi degli affreschi pompeiani, la forza emotiva di Edvard Munch, e perfino composizioni che ricordano Leonardo da Vinci. Non sono citazioni esplicite, ma stratificazioni che arricchiscono il racconto visivo.

L’artista sprona chi guarda a scovare dettagli, a ritrovare un pezzo di sé negli enigmi dei suoi personaggi e ambienti. Questi richiami antichi si mescolano con l’esperienza contemporanea, invitando a riflettere su quella “occasione meravigliosa e fuggevole” che è la vita, come diceva Dario Fo. Un invito a non fermarsi alla superficie, ma a cercare dentro ogni immagine la forza e la fragilità dell’esistenza, raccontata senza una sola parola.

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