Sirmione, penisola che si protende sul lago di Garda, custodisce quasi millecinquecento ulivi secolari. Radici profonde, alcune vecchie più di quattrocento anni, e tronchi contorti che sembrano sfidare il tempo. Fu proprio tra quegli alberi che, nel 1514, passeggiò Isabella d’Este, la celebre nobildonna mantovana appassionata d’arte. Chissà se, camminando, si fermò a osservare le “grotte” di Catullo — in realtà le rovine di una villa romana, nascoste tra la vegetazione come cavità misteriose. Oggi, quel luogo ricco di storia cambia volto. Il Museo Archeologico Nazionale di Sirmione, immerso tra ulivi e pietre antiche, spalanca le sue porte all’arte contemporanea con una mostra dedicata alle sculture di Francesco Paterlini. Un incontro inatteso, ma affascinante.
Arte nuova tra pietre antiche: il museo di Sirmione cambia pelle
Il Museo Archeologico di Sirmione non si limita a una classica esposizione di reperti; questa volta accoglie ventuno opere create apposta da Paterlini. L’edificio è discreto, quasi nascosto nel paesaggio, e invita a riflettere sul tempo e sulla memoria stratificata. La mostra, intitolata “Frammenti”, non punta a richiamare visitatori con l’effetto “novità” del contemporaneo, ma vuole mettere in dialogo autentico le opere nuove con la collezione permanente.
Francesco Paterlini, nato a Brescia nel 1987, ha un legame profondo con l’archeologia. Le sue sculture sono fatte di marmo e pietra recuperati da cave, spesso pezzi di scarto che diventano così opere preziose. Il primo pezzo della mostra, il “Tempietto votivo con elemento architettonico raffigurante il criptoportico”, è scolpito in marmo rosso di Verona e custodisce un piccolo fossile, visibile solo a chi si ferma a guardare con attenzione. È un dettaglio che introduce il tema centrale: tempi diversi – geologico, archeologico, contemporaneo – si sovrappongono come strati di storia e memoria incisi nella pietra.
La mostra rispetta profondamente i reperti antichi: nessun oggetto è stato spostato o rimosso per far posto alle nuove opere. Anzi, le sculture si inseriscono tra i reperti, cercando quasi di confondersi con loro. Anche se ci sono cartellini descrittivi, la visita diventa un gioco di sguardi, un confronto continuo tra antico e moderno, dove il pubblico deve capire cosa è storia e cosa è arte di oggi.
Frammenti e rotture: il tempo che lascia segni nelle sculture di Paterlini
Il frammento è il cuore della mostra. Nei musei archeologici la completezza è un’eccezione: statue rotte, ceramiche spezzate, iscrizioni incomplete sono la regola. Sono testimonianze dure del passare del tempo. Paterlini usa questa idea come metafora del nostro presente. Le sue opere raccontano una società fatta di pezzi, fragile e divisa, segnata da rotture continue.
Un simbolo ricorrente, carico di significato, è la blatta, o scarafaggio. Questo insetto porta con sé due immagini forti e opposte. Da una parte richiama lo scarabeo dell’antico Egitto, simbolo di rinascita e cicli vitali. Dall’altra, la parola “scarafaggio” suscita fastidio e rifiuto, associata a qualcosa di invasivo e fuori controllo. Paterlini ha fatto sua questa ambivalenza: la sua esperienza personale nasce da una convivenza forzata con una colonia di blatte in un vecchio edificio di Brescia. Da quell’incontro complicato è nata una riflessione sull’alterità e su come reagiamo a ciò che ci sembra estraneo o inquietante.
Le blatte scolpite si trovano in tante forme e materiali. In un’urna di marmo nero belga, lo scarafaggio è rappresentato rovesciato, con le zampe tese verso l’alto, stilizzate fino a ricordare antichi tempietti etruschi. In altre teche si mimetizza come fregio tra capitelli e pietre antiche. Su diverse teste marmoree, adagiate con delicatezza sugli occhi o sulla bocca, simboleggia una rottura nella bellezza classica, introduce un senso di inquietudine e mette in discussione l’idea tradizionale di armonia.
Memorie spezzate e futuro incerto: piatti rotti e installazione finale
Un altro momento forte della mostra è il gruppo di piatti in ceramica, volutamente rotti prima della cottura. L’artista non li decora, ma lascia emergere tracce quasi “chimiche”: il rame applicato crea sagome di blatte che sembrano impronte sbiadite, come fotografie dimenticate. Questi fantasmi rimandano a paesaggi post-apocalittici, luoghi segnati dall’abbandono. Il richiamo è a quelle ombre impresse sui muri dopo le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, simboli di un passato doloroso e di una fine epocale.
Accanto a queste opere, in un confronto diretto, sono esposti per l’occasione reperti ceramici fragili provenienti dai depositi del museo. Il dialogo tra antico e moderno rafforza l’idea di una memoria fatta di strati e frammenti.
Il percorso si chiude con una grande installazione al centro del museo: una torre in terra cruda che richiama sia un sarcofago sia una barca pronta a partire. Davanti c’è un piccolo scalino con un disco di travertino rotante: da un lato sembra un pianeta, dall’altro mostra il corpo di uno scarafaggio. Una metafora forte di passaggio, di soglia tra vita e morte, passato e futuro. La torre, simbolo di una tomba che non è solo fine ma anche trasformazione, incarna il senso della mostra: un museo archeologico che accoglie il contemporaneo come un nuovo strato di tempo, destinato a diventare storia.
Questa mostra a Sirmione segna un passo avanti per i musei archeologici, capaci di confrontarsi senza timori con le sfide del presente. Le opere di Paterlini si posano sulle pietre antiche con rispetto e forza, dando vita a un dialogo vivo tra epoche lontane e il nostro tempo.
