Milano, 3 luglio 2025 – Se ne va a 83 anni Yervant Gianikian, un gigante del cinema sperimentale. Non un semplice regista, ma un vero innovatore capace di trasformare vecchie immagini d’archivio in chiavi per capire il presente. Nato a Merano nel 1942, con radici armene profonde, ha intrecciato la sua storia personale con quella collettiva, dando vita a opere che ancora oggi parlano con forza. Per decenni ha lavorato fianco a fianco con Angela Ricci Lucchi, sua compagna e collaboratrice, scomparsa nel 2018. La Biennale di Venezia, che lo ha spesso celebrato, ha dato l’annuncio, sottolineando il peso enorme del suo contributo artistico.
Una storia segnata dalla memoria e dalle radici armene
Yervant Gianikian nasce a Merano nel 1942, in una famiglia segnata dalla tragedia del genocidio armeno. Suo padre, sopravvissuto al massacro, trovò rifugio in Italia, portando con sé un pezzo doloroso della storia del Novecento. Questo retaggio ha segnato profondamente la sua strada artistica, spingendolo a indagare la memoria storica attraverso le immagini. Dopo gli studi in architettura a Venezia, negli anni Settanta Gianikian si avvicina al cinema. L’incontro con Angela Ricci Lucchi dà il via a una ricerca che mescola cinema sperimentale, documentario e arte visiva in modo inedito.
La coppia costruisce una poetica basata sulla rifilmatura di materiale d’archivio, un lavoro che supera il semplice montaggio. Lavoravano sulle pellicole con rallentamenti, ingrandimenti e viraggi cromatici, per far emergere dettagli nascosti e catturare sensazioni spesso invisibili nelle immagini storiche. Ogni loro proiezione diventava così un’indagine profonda su temi come la guerra, il colonialismo e le tragedie del secolo scorso. Riconosciuti a livello internazionale, Gianikian e Ricci Lucchi sono diventati figure di riferimento nel cinema sperimentale.
Cinema d’archivio: una sperimentazione senza pari
La ricerca di Gianikian e Ricci Lucchi si distingue per un approccio unico alle immagini d’archivio. Tra le prime sperimentazioni ci sono i “film profumati”, proiezioni che univano immagini e fragranze, coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza multisensoriale. Poi svilupparono un metodo preciso: rifilmare ogni fotogramma, cambiandone la percezione e svelandone nuovi significati.
Questa tecnica trasformava fotografie e spezzoni di pellicola in narrazioni complesse, capaci di mettere in discussione la memoria collettiva e la versione tradizionale del passato. Con rallentamenti, ingrandimenti e manipolazioni della pellicola, il duo ha affrontato temi duri come guerra, totalitarismo e colonialismo. Ogni immagine diventava così uno strumento critico, sfidando la superficialità delle rappresentazioni storiche convenzionali.
Le loro opere più note, come “Dal polo all’equatore” , “Uomini, anni, vita” e “Inventario balcanico” , hanno girato i principali festival e musei d’arte contemporanea, da Parigi a New York, da Londra a Rovereto. Una carriera lunga e in continua evoluzione, sempre attenta ai contenuti etici legati alla memoria storica.
Tra riconoscimenti e legame con la Biennale di Venezia
Il percorso di Gianikian è costellato di premi e riconoscimenti, con un legame speciale con la Biennale di Venezia, dove ha lasciato il segno sia nell’arte sia nel cinema. Con Angela Ricci Lucchi ha partecipato alla Biennale Arte nel 2001, 2013 e 2015, anno in cui hanno ricevuto il Leone d’Oro per il Padiglione Armenia, premio che ha celebrato la loro mostra come miglior partecipazione nazionale della 56ª Esposizione Internazionale d’Arte.
Nel cinema, la loro presenza alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stata costante dal 1976 fino al 2025. Dalla collaborazione in coppia fino ai tre capitoli del documentario personale “I diari di Angela – Noi due cineasti”, presentati anche dopo la morte di Ricci Lucchi, Gianikian ha mantenuto saldo il legame con Venezia, riconosciuta come una delle sue case artistiche più importanti.
Nel dicembre 2025 ha pubblicato sulla rivista de La Biennale il saggio “La materia viva del cinema”, dove descriveva il suo modo di lavorare. Definiva il processo come “un lavoro maniacale di rapina, da miniaturisti, da copisti egizi, d’archeologi”, concentrato non tanto sugli eventi raccontati, ma sulle “fisionomie degli oggetti e degli ambienti, ciò che normalmente sfugge all’attenzione”. Una frase che racchiude il rigore e la delicatezza con cui ha costruito il suo linguaggio artistico.
Il suo modo di storicizzare e sperimentare ha aperto una nuova stagione per il cinema d’archivio, facendone un punto di riferimento mondiale e un maestro riconosciuto in molte istituzioni culturali.
Il vuoto lasciato nel cinema sperimentale e nell’arte contemporanea
La morte di Yervant Gianikian segna la fine di un’epoca per il cinema sperimentale e l’arte contemporanea. La sua capacità di trasformare immagini storiche in narrazioni nuove, critiche e profonde lascia un’eredità preziosa. La sua vita e il suo lavoro dimostrano come il cinema possa superare il racconto per diventare strumento di indagine e riflessione.
La collaborazione con Angela Ricci Lucchi è stata una delle prove più riuscite di come l’arte visiva possa confrontarsi in modo originale con la memoria e la storia. Attraverso un lavoro puntuale e appassionato, hanno creato opere che continuano a far riflettere, aprendo nuove strade per leggere il passato.
La comunità artistica e cinematografica perde un innovatore che ha segnato profondamente la cultura visiva del Novecento e oltre. Il loro lavoro resta un punto di riferimento, studiato e ammirato, simbolo di un approccio critico e sperimentale che ha segnato gli ultimi cinquant’anni.
