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Ila Bêka a Trieste: la mostra “FOTONI” al Magazzino delle Idee tra corpi e fisica quantistica

Era il 1967 quando, tra le spiagge assolate di Lignano, un giovane di Latisana impugnava per la prima volta una macchina fotografica. Filippo Clericuzio, noto come Ila Bêka, catturava corpi abbronzati e distesi, immersi in una luce calda che sembrava avvolgerli in un abbraccio senza tempo. Quegli scatti, apparentemente semplici, custodivano invece un’anima profonda, fatta di dettagli e silenzi, come in un film italiano dove ogni scena respira. Quell’estate dolce e serena non era che l’inizio di un viaggio artistico che avrebbe sfidato confini e dimensioni.

Dai primi scatti sulle coste friulane a uno sguardo che si fa più profondo

Quegli anni sulla spiaggia sono decisivi per Bêka. È lì che nasce la sua attenzione speciale per la luce e il corpo umano, temi che lo accompagneranno sempre. Le fotografie di quel periodo raccontano una calma quasi meditativa, un’estate in cui il tempo sembra allungarsi e la natura diventa scenografia. Ma quegli scatti, pur pieni di fascino, sono solo la palestra da cui prenderà forma una ricerca più complessa.

Con il tempo, l’approccio di Bêka si fa più personale e profondo. Non si limita più a fermare un momento, ma cerca di capire come luce e corpo si intreccino per raccontare storie più intense. Nel corso degli anni, questa passione dà vita a un archivio enorme, che oggi supera i 300.000 scatti privati. Un patrimonio vasto e variegato, che racconta una continua riflessione sulla percezione e sull’esperienza visiva, sempre legata alla realtà di ogni giorno.

“FOTONI” al Magazzino delle Idee di Trieste: più di 300 fotografie in mostra

Da questo enorme archivio, una selezione di oltre 300 fotografie ha trovato spazio al Magazzino delle Idee di Trieste, grazie alla cura di Barbara Casavecchia. La mostra “FOTONI” offre un’immersione nel lavoro di Bêka, mettendo in luce il suo interesse per il corpo, umano e animale, e per la luce come elemento che plasma la realtà.

Le immagini esposte raccontano anche di Venezia, con inquadrature precise e taglienti che catturano la geometria della città. Attraverso fotografie di proiezioni, schermi e installazioni museali, emerge il continuo gioco tra luce e visione. Particolarmente intensa è la serie realizzata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dove il flash che colpisce le superfici dipinte crea un cortocircuito visivo: la luce che permette di vedere diventa anche ostacolo, un gioco tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde, un tema ricorrente nel lavoro di Bêka.

Luce e fisica quantistica: la scienza dietro l’arte

L’interesse di Ila Bêka per la luce non è solo estetico. Va ben oltre, affondando le radici nella fisica quantistica e negli studi di Albert Einstein sulla radiazione luminosa. L’idea che la luce non sia un flusso continuo, ma fatta di pacchetti chiamati fotoni, influenza profondamente il suo modo di vedere e raccontare.

Quando la luce colpisce gli oggetti, si riflette e arriva ai nostri occhi, che la trasformano in segnali da interpretare. Per Bêka, la visione è un processo interpretativo: «Vedere significa tradurre i fotoni in esperienza», dice lui stesso. Così il titolo della mostra “FOTONI” assume un doppio senso: parla sia della natura stessa della luce, sia del gioco di scale e dimensioni che si trova negli scatti.

Le fotografie in mostra variano molto per formato, da piccole immagini quasi tascabili a grandi stampe. Questo riflette la natura fluida dei file digitali e la loro capacità di espandersi. Scattate in gran parte con uno smartphone, le foto sono come appunti visivi, catturati in modo rapido e spontaneo. L’allestimento, senza rigide regole cronologiche o tematiche, lascia che le immagini si parlino tra loro, con un ritmo che ricorda un montaggio cinematografico.

Immagini che parlano di morte e memoria

Nel percorso espositivo di Trieste, alcune sequenze di immagini colpiscono per la loro forza emotiva e concettuale. Tra queste, spicca il cosiddetto “montaggio della morte”: un contrasto potente tra il primo piano dell’occhio di una mucca destinata al macello e lo sguardo immobile, quasi inquietante, di una statua.

Questo confronto crea una tensione che parla direttamente della morte, conferendole un senso quasi eterno. Da una parte l’animale, consapevole del suo destino; dall’altra, la statua, silenziosa e immutabile. È un modo per raccontare come la morte si fissi nella memoria attraverso le immagini, diventando una presenza costante. Bêka dimostra così la sua capacità di far emergere significati profondi con semplici accostamenti, senza bisogno di spiegazioni.

L’allestimento prende forma filtrando l’immenso archivio personale di Bêka, offrendo uno sguardo originale sul rapporto tra corpo, luce e percezione. Un viaggio che attraversa il quotidiano e la scienza, fino a toccare temi universali come la finitezza e il modo in cui vediamo il mondo.

Redazione

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