
«Il cortometraggio non è più un semplice trampolino di lancio». A dirlo, non a parole ma con i fatti, è stato il Figari International Short Film Fest, giunto alla sua sedicesima edizione a Golfo Aranci. Su oltre 2.000 opere arrivate da 40 Paesi, ne sono state selezionate 35, e tutte insieme hanno ribaltato un cliché radicato: il corto non è un film lungo in miniatura. È, piuttosto, un linguaggio a sé, un modo di raccontare che osa e sorprende in pochi minuti, condensando storie e emozioni con una forza diversa da quella del lungometraggio.
Il cortometraggio ha le sue regole: un linguaggio da scoprire
Parlare di cortometraggi significa riconoscere che non sono solo prove tecniche o esercizi per registi alle prime armi. Matteo Pianezzi, direttore artistico del Figari, lo spiega chiaramente: il corto ha una grammatica tutta sua, diversa da quella del film lungo, e richiede una conoscenza specifica. Molti giovani registi hanno una cultura cinefila solida, ma spesso non conoscono davvero le regole del corto, che non si limita a raccontare una storia in forma ridotta.
Il corto non segue le classiche strutture in tre atti del lungometraggio. Qui si lavora con frammenti, emozioni, immagini forti o momenti isolati che non necessariamente si legano a una trama tradizionale. È un linguaggio che va imparato e sperimentato.
Il corto è il campo di gioco della libertà e del rischio
Joshua Ianniello, programmatore del festival, lo dice senza mezzi termini: il cortometraggio è il luogo dove si prova, si rischia. La sua brevità non è un limite, ma un’opportunità per concentrarsi su ricordi, frammenti di vita, emozioni senza dover seguire per forza una storia lineare. In Italia, questo modo di pensare è ancora poco diffuso: molti corti cercano di imitare il lungometraggio in miniatura, ma per farsi notare serve cambiare prospettiva.
Pianezzi sottolinea che proprio nel corto si può trovare la massima libertà creativa: si può sperimentare, rompere le regole, accettare di sbagliare. È un lusso che il cinema con budget pesanti e pressioni commerciali non può permettersi. Qui l’errore diventa una porta aperta verso nuove scoperte.
Corti che mescolano generi e mezzi: il presente è contaminato
Non solo storie e linguaggi, ma anche tecniche e formati si intrecciano nel cortometraggio contemporaneo. Ianniello racconta di lavori che mischiano documentario, fiction, animazione e materiali d’archivio, fino a usare videogiochi come strumento narrativo. A Cracovia, ad esempio, ha visto un corto francese classificato come animazione perché realizzato con sequenze di videogiochi, pur essendo un documentario.
Anche il rapporto con smartphone e social media sta cambiando il modo di fare corti. Riprese verticali, video in stile TikTok o Instagram, contenuti live trovano spazio senza dover essere giustificati. Alcuni festival persino dedicano sezioni solo a corti girati in verticale, dimostrando come il corto sia un vero laboratorio per nuove forme visive.
Formazione e sguardo critico: la sfida italiana
Un nodo importante per il corto in Italia resta la formazione. Le scuole di cinema, pur facendo un buon lavoro, tendono a spingere verso modelli legati al lungometraggio, uniformando i linguaggi. Ianniello mette in guardia: così si rischia di soffocare la libertà creativa e di spingere i giovani a imitare schemi già visti invece di trovare una propria voce.
Non è una critica netta, ma un invito a insegnare a riconoscere e leggere il corto per quello che è, come una forma a sé stante. Solo così si può alzare il livello e far emergere lavori capaci di comunicare in modo indipendente dalla durata.
Figari Short Film Fest: una selezione senza pregiudizi
Il Figari International Short Film Fest ha scelto una strada diversa, lontana da mode o rigide definizioni. Matteo Pianezzi preferisce puntare su film che lasciano il segno, indipendentemente da tecnica o stile.
Questa scelta “di pancia” non significa trascurare la qualità, ma evitare che la ricerca della forma diventi un fine a sé stessa. Il festival offre così uno sguardo ampio sul cortometraggio contemporaneo, mettendo in luce la sua capacità di raccontare il mondo con sintesi ed energia che il cinema lungo spesso fatica a raggiungere.
Quello che è emerso a Golfo Aranci è chiaro: il cortometraggio non è più il fratello minore del lungometraggio né un semplice laboratorio di passaggio, ma un cinema autonomo, ricco di possibilità e rischi da cogliere.



