Nel cuore del Forte di Fortezza, un ex baluardo militare, si accende una sfida urgente: cosa significa oggi “comunità”? Tra crisi ambientali che si susseguono e tensioni che spaccano il mondo, il concetto rischia di perdere senso o diventare un’eco nostalgica. La seconda edizione della FORT Biennale non vuole limitarci a guardare quadri o installazioni. Vuole scuotere, invitare a ripensare il modo in cui viviamo insieme, superando l’individualismo che ci rende sempre più soli. Il luogo stesso, un tempo simbolo di difesa e separazione, si trasforma in un crocevia di idee e incontri, un laboratorio per immaginare nuove forme di comunità nel 2026.
Il Forte di Fortezza, costruito nell’Ottocento per il controllo del territorio, cambia pelle. Le sue mura, nate per dividere e contenere, diventano oggi lo sfondo di un progetto che punta a esplorare l’incontro e la collaborazione. Questa trasformazione è al centro del racconto curatoriale di Reclaiming Collective: un luogo che un tempo imponeva confini rigidi e gerarchie ora si apre alla sperimentazione collettiva e al confronto. “Reclamare” il collettivo diventa così un gesto politico e sociale, un modo per opporsi alla chiusura e alla difesa. La storia del Forte si intreccia con il presente, facendo di questo spazio un crocevia tra memoria e futuro possibile.
La biennale affronta temi cruciali: cambiamento climatico, crisi delle relazioni, crescita di modelli autoritari e l’impatto delle tecnologie digitali sulla convivenza. Qui l’arte non si limita a raccontare, ma diventa strumento di riflessione e laboratorio di idee, uno spazio per immaginare modi diversi di vivere insieme in un mondo sempre più complesso e connesso.
La mostra si articola in quattro sezioni: Think, Play, Dance e Act. Ognuna propone un modo diverso di esplorare la dimensione collettiva, accompagnando il visitatore in un percorso che approfondisce il senso di comunità.
Think è il momento della riflessione. Si indagano le fratture del presente e si immaginano nuovi orizzonti. Qui la comunità è un’idea in divenire, da ripensare e reinventare. Le opere affrontano temi come la solitudine, l’effetto del digitale, i rapporti tra umano e non umano, le trasformazioni sociali. Con lavori come Ministry of Loneliness di Rebecca Moccia o le analisi di Rosmarie Lukasser sull’iperconnessione, si mette in discussione l’esistente senza cercare risposte immediate. Altri artisti, come Josèfa Ntjam, propongono visioni utopiche fondate sull’interdipendenza tra specie diverse, mostrando la varietà di approcci possibili.
In Play, il gioco diventa esperienza attiva e pratica relazionale. In una società segnata dalla performance e dalla competizione, questa sezione sottolinea l’importanza della partecipazione e del coinvolgimento reciproco. Le installazioni si trasformano in occasioni di incontro da vivere insieme, come gli sgabelli mobili di Maël Veisse o le maschere di Michael Fliri, che richiedono la collaborazione di più persone per funzionare. Il pubblico non è più spettatore, ma parte attiva dell’opera e del processo collettivo.
Dance apre lo spazio al corpo, luogo primario della relazione. Ballare, condividere musica e ritmo significa attivare legami profondi, antecedenti al linguaggio e alle differenze identitarie. La sezione riunisce culture musicali alpine attraverso registrazioni, eventi e pratiche partecipative, costruendo una geografia affettiva della comunità che celebra la festa come momento di aggregazione e creazione di legami sociali.
Act è il passaggio dall’idea all’azione concreta. Qui la comunità si manifesta nelle pratiche quotidiane e nei territori. La presenza dell’Alpine Changemaker Network rafforza questo legame, estendendo la biennale oltre l’arte verso attivismo, sostenibilità e innovazione sociale. Arte, ricerca territoriale e pratiche collaborative si fondono, dando vita a un vero ecosistema di relazioni tra competenze e soggetti diversi.
Reclaiming Collective non si limita all’arte. Grazie a una collaborazione con Eurac Research, il progetto Reclaiming Collective Extra integra ricerche scientifiche e antropologiche nel percorso espositivo, ampliando la lettura dei temi affrontati. Antropologia, scienze sociali e studi politici entrano così nel racconto curatoriale, offrendo strumenti per comprendere meglio le opere e il presente.
La biennale punta anche sulla comunità locale come parte attiva, non semplice spettatrice. Lo dimostra il lavoro di Museo Wunderkammer, che ha coinvolto gli abitanti nella raccolta partecipata di toponimi e memorie del territorio. Così il paesaggio contemporaneo si arricchisce di molte voci, mettendo in discussione una visione statica dei luoghi e favorendo una costruzione condivisa di significati.
In sintesi, Reclaiming Collective mette in dialogo locale e globale, offrendo una visione della comunità come rete aperta di relazioni tra persone, non umani, territori e linguaggi diversi. Il collettivo diventa un modo nuovo di intendere la convivenza tra individui e ambiente.
Questa edizione della FORT Biennale si distingue per un approccio che privilegia ascolto e pratica collettiva rispetto allo spettacolo. L’arte torna a essere uno spazio vivo per mettere in comune immaginazione e azioni, dedicandosi alla costruzione di legami autentici e profondi. Reclaiming Collective rilancia così l’invito a far della comunità una pratica quotidiana, aperta e condivisa.
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