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Live Works 2024 a Centrale Fies: corpi, memorie e archivi in mostra a Dro

Nel silenzio imponente di una centrale idroelettrica asburgica del 1911, a Dro, si accende una nuova energia. Il 16 luglio, Centrale Fies ha inaugurato la tredicesima edizione di Live Works con la mostra personale di Monia Ben Hamouda, portando in Trentino un respiro fresco e audace. Qui, la memoria industriale convive con le sperimentazioni artistiche più avanzate, in un flusso continuo che supera la semplice temporaneità degli eventi estivi. Non si tratta di un appuntamento isolato: è un laboratorio aperto tutto l’anno, dove performance e nuovi linguaggi si intrecciano in un dialogo vivo, in costante trasformazione.

Centrale Fies: un modello di ricerca artistica fuori dal comune

Centrale Fies ha superato da tempo il concetto di festival come evento isolato nel calendario culturale. Qui la ricerca artistica ha spazio e tempo per crescere senza la pressione del pubblico o delle scadenze. Le aperture di luglio sono il momento clou, non una fine, ma un’occasione per mostrare i frutti di un lavoro interdisciplinare che coinvolge artisti, curatori e studiosi in una rete fitta di collaborazioni.

Gli spazi di Dro – tra sale espositive, laboratori e un suggestivo parco – ospitano opere che spaziano dalle sculture alle performance, dalle installazioni a forme ibride non facilmente definibili. Il carattere forte di Centrale Fies nasce proprio da questa capacità di mutare insieme alle ricerche che accoglie: ogni anno il progetto si rinnova, mettendo sempre al centro la sfida di ripensare le proprie strategie e interrogare il senso stesso di “evento artistico”. Nel 2026, questa filosofia si rinnova con l’obiettivo di offrire alla scena performativa contemporanea uno spazio vivo, che vada oltre la semplice esposizione, favorendo continuità e profondità nel lavoro creativo.

Live Works 2026: performance tra ricerca e contaminazioni

La tredicesima edizione di Live Works, affiancata dalla fellowship Agitu Ideo Gudeta, ha puntato su un approccio curatoriale attento a esplorare la performance nelle sue forme più fluide e sperimentali. Curata da Barbara Boninsegna, Simone Frangi, Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson, la manifestazione conferma che la performance non è un genere chiuso, ma uno strumento aperto di indagine artistica, capace di fondere discipline, linguaggi e pratiche diverse.

Durante i giorni di apertura, ogni angolo di Centrale Fies – dalla grande sala Comando agli spazi verdi – si è animato con lavori che indagano la performance come luogo di ricerca. Le opere si sviluppano nel dialogo continuo tra materiali, corpi e spazi. Questa edizione mostra come la performance sia un flusso in movimento, capace di mettere insieme esperienze e punti di vista diversi, senza perdere la forza di cambiare lo sguardo dello spettatore.

Monia Ben Hamouda: la scrittura che parla di memoria e contemporaneità

La mostra personale di Monia Ben Hamouda è stata uno dei momenti più attesi dell’apertura. Nata a Milano da famiglia tunisina, l’artista intreccia nelle sue opere la calligrafia islamica con riferimenti alla storia dell’arte europea e asiatica, creando un linguaggio che si muove tra culture e tempi diversi. Al centro del suo lavoro c’è la scrittura vista come materia viva, un’eredità culturale in continua trasformazione.

Nella Galleria Trasformatori, la sua installazione accoglie il visitatore con grandi sculture metalliche sospese, intrecci di lettere arabe che sembrano sfidare la gravità. Sul pavimento, sabbia e curcuma si mescolano in un lento mutare, dove emergono sagome di mani – forse quelle dell’artista – a simboleggiare il gesto creativo che trasforma la scrittura da simbolo fisso a forma aperta e sperimentale. Non si tratta solo di lingua e segni, ma di tempo, memoria e di come le tracce culturali si sedimentano, si perdono o si rinnovano passando di generazione in generazione.

Kristina Kusmina Dreit e la memoria del realismo socialista

Tra le proposte più intense c’è quella di Kristina Kusmina Dreit, nata in Kazakistan e attiva tra Berlino e Vienna. Nel suo lavoro Druzhba sent from my iPhone , l’artista si confronta con il linguaggio visivo del Realismo socialista, non come semplice eredità storica, ma attraverso l’esperienza personale legata al lavoro in Siberia negli anni Settanta.

La sala Comando ospita una scenografia essenziale ma carica di simboli: mele disposte lungo il perimetro e placche metalliche sospese creano un’atmosfera densa di significati. Le performer, compresa la stessa Dreit, si muovono tra il pubblico, dando vita a una coreografia che smonta e rielabora posture e gesti tipici dell’immaginario socialista.

I segni, ambigui e sfumati, si trasformano in un flusso corporeo sottile, dove il movimento non è semplice rappresentazione ma stratificazione di memorie e tensioni. A completare la performance, la lettura di una lettera in tono poetico offre al pubblico chiavi di lettura per legare i frammenti coreografici a una narrazione familiare, aprendo nuove prospettive sulla trasmissione storica e culturale.

Pina Danila Gambettola: tra trance e corpo nel Sud Italia

A pochi passi dalla sala Comando, nella Forgia, prende forma The Third Bodies, lavoro in progress di Pina Danila Gambettola. Artista che divide il suo tempo tra Calabria e Amsterdam, Gambettola esplora le memorie del Sud attraverso la figura di Eusapia Palladino, celebre spiritista pugliese studiata anche dall’antropologo Cesare Lombroso.

Lo spazio è segnato dalle tracce di un rito in corso: oggetti scultorei, abiti sporchi, pezzi di garza e macchie di argilla creano un’atmosfera sospesa. La performer prende lentamente possesso dell’ambiente, spostandosi dal margine al centro, seguendo un flusso fatto di canto e lamento. L’azione si sviluppa come una perdita controllata del controllo, in cui la trance emerge poco a poco, coinvolgendo corpo e spettatori.

La componente sonora non si limita a sostenere i movimenti, ma diventa materia pulsante, amplificando l’esperienza condivisa. La performance si inserisce in un dialogo necessario tra storia, antropologia e politica, intrecciando l’esperienza personale dell’artista con le complesse narrazioni sul Sud Italia e le sue marginalità.

Memorie e archivi: un dialogo tra globale e locale

Le tre direzioni di Ben Hamouda, Kusmina Dreit e Gambettola disegnano un dialogo intenso e articolato su memoria, storia e linguaggi performativi. Nonostante temi e luoghi diversi, i lavori si incontrano in una riflessione profonda su come il passato si sedimenta e si trasforma attraverso l’arte.

Altri artisti hanno portato nuove sfumature: Luc Ndikubwimana con Re-Veil affronta il concetto di archivio da una prospettiva decoloniale, smontando le narrazioni ufficiali; Juan Yung Han con Picking on the Waves indaga come eventi storici persistano nei corpi e nella materia. Accanto a loro, la performance sonora Born to Lose di Publik Universal Frxnd e l’indagine linguistica di Tim Bartel in Remains mettono in luce l’ambiguità del linguaggio, sia come strumento sia come ostacolo alla comunicazione.

La dimensione politica torna con forza in Strike di Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk, che riprende le proteste ateniesi del 2008, e nella conferenza-performance di Abdul Halik Azeez, che smonta archivi coloniali per dare voce a storie dimenticate. Così, Live Works si conferma un punto di riferimento vitale per leggere il presente attraverso una profonda rilettura di archivi e memorie condivise, sempre puntando sull’azione collettiva e partecipata.

Redazione

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