Nel cuore di Cagliari, un villaggio palestinese prende vita sotto i riflettori, stretto nella morsa della memoria e della resistenza. Il festival Giornate del Respiro, guidato da Giulia Muroni e promosso da Sardegna Teatro, presenta Gathering, un debutto italiano che non somiglia a nessuno spettacolo visto finora. L’aria è tesa, carica di un’intimità che attraversa la sala: attori e pubblico si mescolano, sorseggiando tè, scambiandosi sguardi, pronti a varcare una soglia diversa. Si cammina a piedi nudi, perché qui non si è solo spettatori: si diventa parte di un matrimonio palestinese narrato con gesti e silenzi, un invito a sentire, più che a guardare.
Al centro della scena spicca un grande pavimento bianco, su cui si ammucchiano decine di arance, quasi a formare un piccolo monte. Non è un dettaglio casuale: le arance sono cariche di significati. Rappresentano ricordi profondi, il lavoro duro della terra e il legame forte tra la comunità e il suo ambiente. Il richiamo alla poesia di Ghassan Kanafani, intellettuale palestinese, sottolinea quanto quel frutto sia legato all’identità di un popolo disperso e ferito. Kanafani parla di arance che muoiono se nutrite da mani estranee; qui, invece, le mani che le toccano sono quelle di chi conosce e ama, portatrici di umanità e continuità culturale.
Questa scelta poetica colpisce non solo per l’impatto visivo ma anche per il tema centrale dello spettacolo: la fragilità che convive con la forza. Le arance, maneggiate con delicatezza dagli attori, diventano presenze tangibili che raccontano storie sospese tra ricordo e realtà, tra perdita e speranza. Il pubblico, disposto lungo i bordi della scena, è chiamato a un coinvolgimento quasi rituale, non semplice spettatore ma testimone e protagonista.
La compagnia Yaa Samar! Dance Theatre, con componenti di diversa provenienza internazionale, porta in scena questa coreografia guidata da Samar Haddad King, coreografa, danzatrice e drammaturga. Attraverso immagini e movimenti, racconta la storia di un villaggio palestinese sotto assedio, focalizzandosi su una donna e il suo rapporto con i frammenti di una memoria spezzata. È un racconto che alterna momenti di gioia e dolore, in mezzo alla durezza di un conflitto che ancora oggi segna la vita in quella terra.
La performance mescola danza tradizionale, come la dabke, con elementi contemporanei e stili diversi, dall’hip hop alla capoeira. Questa varietà riflette la natura multiculturale della compagnia e rafforza un messaggio universale di solidarietà e resistenza. Ogni passo, ogni gesto, ogni nota cantata contribuisce a dipingere un quadro complesso di sopravvivenza. La danza diventa così un mezzo per raccontare, usando il corpo per esprimere ferite profonde ma anche una forza che non si spegne.
Una scena particolare è dedicata allo struzzo arabo, impersonato da un danzatore che ne riproduce movenze e atteggiamenti. Samar Haddad evidenzia come questo animale rappresenti una potenzialità bloccata: ha ali ampie, corre veloce, ma non può volare, e rischia l’estinzione. Questa immagine porta con sé un doppio senso, tra speranza e sofferenza, raccontando un territorio stretto tra desideri di libertà e condizioni di oppressione.
Questi simboli arricchiscono la narrazione, dando forza emotiva e profondità alla coreografia. L’uso della scala, i movimenti di gruppo e i cambi scena accompagnano un flusso di emozioni contrastanti: fughe disperate, abbracci pieni d’affetto, lotte e pause di tregua, che si intrecciano fino a comporre la storia di una comunità stretta ma viva. Il contrasto tra movimento e immobilità sottolinea la sensazione di un mondo sospeso, fragile.
La musica, le Quattro stagioni di Vivaldi rivisitate da Max Richter, accompagna e amplifica il racconto. Il mix tra musica classica e narrazione contemporanea sottolinea il dialogo tra epoche ed emozioni che caratterizza Gathering. Voce e canto si alternano a momenti di intensa fisicità, combinandosi con frammenti poetici e recitati che invitano a riflettere su dolore e speranza.
Le parole, tradotte o pronunciate in diverse lingue, rafforzano il racconto e accompagnano la danza come un coro vibrante. La poesia diventa strumento per esprimere desideri – come quello di avere figli o semplicemente vivere senza paura – strappati alla guerra e alle perdite. Emergono riflessioni intime e concrete, che spingono lo spettatore a confrontarsi con una realtà spesso lontana, ma umanamente vicina.
La regista Samar Haddad sottolinea come in questo racconto convivano resilienza e gioia, attraversando l’orrore senza mai arrendersi. Le storie sul palco guardano al presente con occhi determinati, ricordandoci che la lotta di quel popolo si fonda anche su sogni quotidiani, affetti profondi e una ricerca paziente di normalità.
Gathering si conferma così un’opera artistica di grande valore, capace di unire storia, cultura e danza in un unico gesto di testimonianza e condivisione. Un ponte tra mondi che invita a non girare lo sguardo dall’altra parte.
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