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Maria Luisa Frisa: Come la Moda Trasforma l’Identità e il Corpo nella Vita Quotidiana

Redazione 18 Giugno 2026

Maria Luisa Frisa confessa di non aver mai avuto un rapporto facile con il corpo nudo. Una difficoltà che, invece di bloccarla, l’ha spinta a scavare più a fondo nel legame tra pelle e stoffa. Per lei, la moda non è solo un gioco di tessuti o tendenze passeggere. È un modo per scoprire chi siamo, un atto quotidiano di costruzione dell’identità. Nel suo ultimo libro, Il corpo alla moda , intreccia ricordi personali, teoria e storia del costume, restituendo al vestire una dimensione intima, quasi filosofica, ma sempre profondamente umana. Parlare con Frisa significa capire che dietro ogni scelta di stile si nasconde un dialogo autentico tra desideri, memoria e sé.

Vestirsi: molto più di un gesto quotidiano

Fin da giovane, Maria Luisa Frisa ha capito che il modo di vestirsi è fondamentale per affermare chi si è, ma anche per superare le insicurezze legate al proprio aspetto. Non era né alta né magrissima, eppure ha imparato a far parlare il proprio gusto come una forma di forza. Il suo percorso, iniziato con la storia dell’arte e poi focalizzato sulla moda, l’ha portata a scavare oltre la superficie: il rapporto tra corpo e abito è anche psicologia e racconto sociale.

Vestirsi non vuol dire solo coprire il corpo, ma è un gesto pieno di significato, un dialogo con se stessi e con chi ci guarda. Frisa è chiara: nessuno si veste davvero “a caso”. Dietro ogni scelta c’è un modo per mostrarsi al mondo, per definire chi si è. La moda dà una forma al corpo, lo definisce, ma non è mai “comoda” nel senso semplice del termine. Attraverso gli abiti ognuno costruisce una storia personale che supera la mera funzione pratica.

Guardarsi allo specchio: una sfida quotidiana

L’abito diventa un’estensione di sé, un modo per prendere posizione nel mondo. Frisa ricorda un momento importante: quello in cui ci si guarda allo specchio e ci si chiede se quello che si indossa è davvero in sintonia con chi si è, o se si sta semplicemente seguendo un modello imposto. L’errore più comune? Vestirsi per un’idea esterna invece che per un sentimento autentico. Questo “imitare” svuota la moda della sua forza liberatoria e rivoluzionaria.

Nel libro, Frisa parla anche delle “muse anomale”, figure e designer che hanno usato il corpo come laboratorio per spingere oltre i confini del vestire. La scelta dell’abito diventa così una filosofia pratica, un modo per raccontare e comunicare la propria unicità. Ogni capo carico di significato rappresenta un dialogo tra quello che si sente dentro e l’immagine che si vuole dare.

Quando la moda maschile cambia il guardaroba delle donne

Frisa ha una particolare attenzione per la moda maschile, che secondo lei ha acceso molte rivoluzioni anche nella moda femminile. Dal film American Gigolo in poi, il guardaroba maschile ha saputo liberare il corpo con nuove forme, tessuti e atteggiamenti. Questi elementi si sono poi riflessi, spesso in modo innovativo, nel modo di vestire delle donne. L’ingresso di abiti e accessori “da uomo” nel guardaroba femminile ha rappresentato una tappa fondamentale verso una moda più libera e fluida, senza rigidi confini di genere.

La rappresentazione della mascolinità è cambiata molto. Come ricorda Frisa citando Alessandro Michele, oggi ci sono tante idee diverse di mascolinità, e questo fermento ha aperto la strada a una maggiore libertà anche per le donne, sia nel modo di comportarsi che nella scelta dei vestiti. Felpe, cappellini da baseball, scarpe sportive e canottiere, una volta patrimonio esclusivo del guardaroba maschile, sono ormai parte della vita quotidiana femminile. Questa mescolanza ha cambiato il modo di vestire, ridefinendo il rapporto tra corpo, identità e abbigliamento.

Sensualità e volgarità: un confine sempre in bilico

Un tema centrale nel libro di Frisa è il confine tra sensualità e volgarità, un terreno spesso delicato e controverso nella moda di oggi. Interessante il riferimento alla figura della prostituta, vista come simbolo di libertà espressiva, soprattutto nel lavoro di Versace. Qui il corpo e l’abito diventano vere e proprie dichiarazioni di sé. La moda si muove così tra pudore e audacia, giocando con l’esplicito e la riscoperta dell’identità sessuale.

La mostra The Vulgar di Judith Clark è un esempio chiaro di questa riflessione. Il progetto esplora come la moda si “volgarizza”, cercando di entrare nei musei senza perdere il legame con la cultura popolare e lo scandalo. Il rifiuto di grandi nomi come Versace o Dolce & Gabbana di partecipare a quella mostra mostra quanto siano ancora forti i pregiudizi dentro il mondo della moda, che vive tra spinta all’innovazione e attaccamento alla tradizione.

Il vintage tra emozioni e nostalgia

Un altro aspetto che Frisa affronta è il valore emotivo del vintage e degli abiti usati. Vestire d’epoca non è solo una scelta estetica, ma ha radici profonde nella nostalgia, nel desiderio di recuperare il passato per costruire il presente. La nostalgia, spiega, non è fermarsi ma spingersi a trasformarsi e a raccontare nuove storie di sé.

Le repliche di Margiela sono un esempio perfetto: abiti già vissuti tornano a nuova vita, portando con sé le tracce di chi li ha indossati prima. L’abito non è mai neutro, ma un “relitto” che ha bisogno di un nuovo corpo per avere senso e vita.

La moda come arte di vivere e trasformarsi

Infine, Frisa parla della moda come “arte dell’esistenza”, un’idea presa in prestito da filosofi contemporanei e tradotta nella pratica quotidiana del vestirsi. Ogni giorno ognuno si confronta con il proprio corpo e con l’immagine che vuole mostrare: un processo senza pause né verità definitive. Vestirsi diventa così un atto di consapevolezza, un modo per costruire se stessi passo dopo passo.

Frisa sottolinea che questo cammino di continua trasformazione fa del vestirsi un gesto complesso e senza fine. La relazione tra anima e abito, per usare una frase di Perniola, è al centro di questa riflessione: attraverso il vestito si diventa protagonisti della propria storia, aprendo la porta a essere sempre diversi, sempre nuovi. L’arte dell’esistenza sta proprio nel saper interpretare questo ruolo con consapevolezza e creatività, senza mai smettere di mettersi in gioco.

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