
Nel cuore pulsante del Rione Sanità, tra le mura antiche di un palazzo barocco cinquecentesco, prende forma un’immagine che cattura lo sguardo e sfida la definizione. Capelli fiammeggianti, o forse fiamme che si fanno capelli: è “Spoglia te e vesti me” di Rachele Frison, un’opera che sembra nascere dalla lava stessa della città. L’artista contemporanea regala a Napoli una figura che vive di miti antichi, ma resta misteriosa, sfuggente. L’opera, esposta a Casa D’Anna ai Cristallini, è il frutto di un progetto curato da Chiara Cesari e Giuseppe Mele, sostenuto da Alessandra Calise Martuscelli e VeginiSanità APS, un dialogo aperto tra passato e presente nel cuore di una città che continua a reinventarsi.
Rachele Frison: tra mito italiano e autoritratto
Rachele Frison, nata nel 1995 a Desio, vicino a Monza, ha percorso una strada importante all’Accademia di Brera, dove ha sviluppato uno stile che rivisita miti, leggende e folklore italiano. Questi elementi non sono semplici citazioni, ma diventano il cuore pulsante delle sue opere, animando le figure con cui dialoga. Il suo autoritratto nasce durante il lockdown, prima come necessità e poi come scelta consapevole. Frison spiega che “non vuole riprodurre se stessa in modo fedele, ma seleziona tratti di sé da mettere in scena, soprattutto sul piano della femminilità, creando un’identità fluida e simbolica che arricchisce la narrazione visiva.”
“Spoglia te e vesti me”: un ponte tra tradizione pittorica e mito partenopeo
L’opera si inserisce nel solco della storia artistica di Napoli, riprendendo e reinventando immagini della tradizione pittorica locale e del mito. Un filo rosso lega la tela a quelle rappresentazioni del Vesuvio e del paesaggio firmate da Salvatore Fergola, la Scuola di Posillipo, fino ad Andy Warhol. Ma Frison prende una strada diversa, fondendo la figura umana con il fuoco del vulcano. Il suo racconto è quello di un amore impossibile e indomabile, incarnato in una figura i cui capelli diventano fiamme, un’estensione della lava stessa. Il titolo invita il vulcano a spogliarsi della sua lava per donarla all’artista, in un dialogo struggente tra natura, mito e identità.
Mito di Partenope e fragilità eroica nel cuore della scena magmatica
Nel dipinto non manca il richiamo a Partenope, la sirena che, stremata, approda sulla costa dando origine a Napoli. Al centro della scena magmatica spunta una libellula, animale ricco di significati nelle leggende locali, spesso legato al passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questo dettaglio sottolinea un tema chiave dell’opera: la fragilità umana come forma di eroismo. La ricerca simbolica si affianca a una resa materica e visiva che va oltre il realismo, penetrando nel significato profondo e rituale. Così la tela diventa un nodo di memorie culturali e personali, dove la forza del mito convive con la delicatezza della vita.
I disegni: tracce intime che raccontano il processo creativo
Accanto alla grande tela, la mostra presenta una serie di disegni su carta, piccoli , realizzati con tecniche miste e pastelli. Sono bozze quasi diaristiche, passaggi preliminari di un lavoro che nasce dal segno immediato, il cuore della pratica di Frison. Questi schizzi mostrano variazioni, dettagli e margini, anticipando la figura femminile di lava e arricchendo la comprensione del lavoro complessivo. La dimensione intima dei disegni offre al visitatore uno sguardo più personale e diretto sulle scelte formali e tematiche dell’artista, come se si fosse dentro il suo studio.
Casa D’Anna ai Cristallini: un luogo storico che dialoga con l’opera
Casa D’Anna ai Cristallini, sede della mostra, è una vecchia residenza privata con una collezione di antiquariato, immersa nella storia del Rione Sanità, a pochi passi dall’Ipogeo dei Cristallini. La scelta di questo spazio barocco è fondamentale per il dialogo con il dipinto di Frison. Il tema dell’eruzione, della fusione e della morte non è solo simbolico, ma racconta la storia di questi luoghi, segnati da stratificazioni secolari. Qui antico e contemporaneo si intrecciano e diventano materia viva. L’opera si confronta con il contesto urbano e culturale che la ospita, in una sinergia potente e inedita.



