
# A Torino la pittura di Renato Guttuso in quarant’anni di impegno e sperimentazione
Fino al 3 luglio 2026 Torino ospita una mostra antologica dedicata a Renato Guttuso, uno dei grandi protagonisti dell’arte italiana del Novecento. La Galleria Accademia, in collaborazione con Moz-Art Arte Contemporanea di Mantova, propone un viaggio attraverso 22 opere realizzate tra il 1947 e il 1985. Un’occasione preziosa per entrare nel mondo complesso e intenso di Guttuso, un artista che per oltre quattro decenni ha intrecciato impegno civile e sperimentazione stilistica, attraversando momenti chiave della storia e del dibattito culturale italiano. Le opere, provenienti da collezioni private, sono accompagnate da un catalogo ricco di saggi critici che invitano a guardare all’arte di Guttuso senza fermarsi alle solite letture ideologiche.
Un pittore legato alla realtà, anche nei cambiamenti del Novecento
La mostra mette in luce la coerenza con cui Guttuso ha saputo confrontarsi con i continui mutamenti del linguaggio figurativo del secolo scorso, senza mai perdere il contatto con la realtà concreta. Il critico Francesco Poli sottolinea come l’artista abbia saputo coniugare una «tensione vitalistica» con uno sguardo diretto e appassionato sugli elementi umani e naturali intorno a lui. Da questa miscela nasce una continua sperimentazione formale, che dà vita a uno stile immediatamente riconoscibile e carico di forza evocativa. Le opere raccontano un percorso che alterna momenti di forte impegno civile e politico a riflessioni più intime, passando attraverso una varietà di generi e tecniche.
Dalla Sicilia a Roma: la formazione e l’impegno politico
Nato a Bagheria nel 1911, Guttuso cresce immerso nel paesaggio mediterraneo e in un ambiente familiare ricco di stimoli culturali. Fin da giovane si dedica alla pittura e comincia a esporre, sviluppando presto un approccio originale. Il trasferimento a Roma nel 1933 segna una svolta decisiva: qui entra in contatto con un ambiente artistico che rifiuta l’academicismo e frequenta figure come Mario Mafai e Corrado Cagli. I riferimenti a Courbet, Van Gogh, Picasso e all’espressionismo europeo si fondono con una coscienza civile profonda, dando vita a una pittura aperta al sociale e al mondo. Nel secondo dopoguerra Guttuso diventa una voce importante del neorealismo italiano, con opere che raccontano il lavoro, le lotte sociali e le radici siciliane.
Parallelamente all’attività artistica, Guttuso si impegna anche in politica. Iscritto al Partito Comunista Italiano, siede in Senato dal 1976 al 1983. Alla sua morte, nel 1987, lascia molte opere alla sua città natale, oggi conservate a Villa Cattolica, che custodisce anche la sua tomba, opera di Giacomo Manzù.
Dal dopoguerra agli anni Ottanta: temi e sperimentazioni in mostra
Il percorso si apre con opere degli anni subito dopo la guerra, come Natura morta cubista e Cocomero cubista del 1947. Qui il linguaggio di Picasso viene rielaborato senza cedere all’astrazione, per rafforzare il legame con la realtà palpabile. Il cocomero tagliato, descritto come «una ferita aperta color rosso sangue», diventa simbolo della sofferenza lasciata dal conflitto e della necessità di affrontare il presente senza illusioni.
Ampio spazio è dedicato agli anni Sessanta, quando la pittura di Guttuso si fa strumento di impegno politico. Opere come Martire Algerina, Discussione politica e A Marat, David, Géricault trasformano la tela in un’arena di confronto sulle tensioni sociali e ideologiche. Il richiamo a figure rivoluzionarie come Marat crea un ponte ideale tra passato e presente. Accanto a questi lavori di denuncia, si trovano ritratti e nudi che esplorano il corpo umano come «paesaggio esistenziale», ricco di suggestioni psicologiche e sensoriali.
Negli anni successivi Guttuso non abbandona paesaggi e nature morte, generi che lo accompagnano per tutta la vita. In dipinti come Paesaggio di Palermo e Case e terrazze di Bagheria riaffiora la memoria della sua terra d’origine, mentre le scene di vita quotidiana mostrano la ricchezza materica e cromatica della sua tecnica. Questi lavori offrono un contrappunto più intimo alle grandi opere di impegno civile.
Tra grandi maestri e teatro: gli ultimi anni di Guttuso
Una parte importante della mostra è dedicata al rapporto di Guttuso con la storia dell’arte. L’artista non si limita a imitare i maestri del passato, ma li rielabora e li trasforma. Opere come Omaggio a Morandi, Testa di toro da Picasso e Donne di Arles da Van Gogh mostrano un dialogo vivo, che unisce rispetto e innovazione. Questa «affinità spirituale» con i modelli è segno di una continua tensione tra tradizione e trasgressione.
Il percorso si chiude con gli ultimi anni di Guttuso, segnati da un interesse crescente per il teatro e la scenografia. I bozzetti per Macbeth al Teatro Regio di Parma nel 1963 raccontano questa passione, che si aggiunge alla sua molteplicità di interessi. Tra le opere più significative della maturità c’è Coccodrillo o Je ne brûle pas, del 1983. Qui la realtà si fa simbolo e mistero: il grande rettile che emerge da un paesaggio infuocato diventa un’allegoria del tempo che tutto divora, un’immagine potente che chiude idealmente una lunga stagione di riflessione artistica.
La mostra a Torino è così un’occasione unica per riscoprire un artista che ha attraversato e raccontato i decenni cruciali del Novecento italiano, restituendone le tensioni, i cambiamenti e le contraddizioni.



