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MAXXI Roma inaugura Spazio Ghella: nuova sala permanente dedicata alla fotografia con l’archivio di Ramak Fazel

Redazione 9 Giugno 2026

Nel cuore del MAXXI di Roma, uno spazio dedicato alla fotografia contemporanea prende finalmente forma. La collaborazione avviata nel 2021 con l’azienda Ghella si trasforma ora in un luogo permanente, che porta il nome di questo partner. Al centro della scena c’è l’archivio di Ramak Fazel, fotografo iraniano che tra il 1994 e il 2009 ha intrecciato il suo sguardo con Milano, città simbolo del design e dell’architettura italiana. Non una semplice mostra, ma un viaggio tra immagini analogiche, stampe, appunti e negativi, dove ogni elemento racconta un pezzo di quel legame profondo tra l’artista e la metropoli lombarda.

Un laboratorio a vista nel cuore del MAXXI

Lo Spazio Ghella è molto più di una semplice esposizione: il piano terra del MAXXI si trasforma in un vero e proprio laboratorio aperto al pubblico. Per mesi, Ramak Fazel ha lavorato a stretto contatto con i visitatori, che hanno potuto seguire passo passo l’allestimento e l’organizzazione della mostra. Questo ha dato alla sala un’atmosfera unica, fatta di continuità e partecipazione, dove il lavoro creativo si è svolto “a vista”, giorno dopo giorno.

Simona Antonacci, curatrice della mostra, parla di un «laboratorio artigianale costruito pezzo dopo pezzo», sottolineando il ruolo attivo di Fazel nel definire il percorso espositivo. L’installazione raccoglie una selezione di fotografie analogiche suddivise in temi scelti dall’artista, che riflettono le varie fasi e inclinazioni del suo lavoro a Milano. L’approccio non lineare, con documenti e materiali d’epoca, permette di cogliere in presa diretta la genesi artistica, molto legata all’esperienza personale e sociale del fotografo.

Ramak Fazel e Milano: tra design, architettura e rapporti umani

La prima parte della mostra è dedicata agli anni in cui Fazel ha lavorato intensamente nel campo editoriale, collaborando con alcune delle riviste più importanti di design e architettura, come Domus, Abitare e Casa Brutus. Qui si vede bene il suo tentativo di proporre un punto di vista diverso rispetto agli schemi visivi dominanti all’epoca. Le fotografie non si limitano a documentare, ma cercano di interpretare e rielaborare la scena culturale milanese, offrendo uno sguardo nuovo sulle forme e le figure di quel mondo.

In un’altra sezione spiccano ritratti intimi e spontanei di grandi protagonisti italiani del design, come Marco Zanuso, Enzo Mari e Achille Castiglioni. Sono immagini che mostrano architetti e designer in momenti di vita quotidiana, tra gesti semplici come cucinare o scrivere a macchina. Questi ritratti raccontano il legame tra l’artista e il tessuto sociale in cui si è inserito, restituendo una Milano vissuta non solo come centro professionale, ma come luogo di relazioni e scambi culturali.

Lo stesso Fazel definisce quegli anni come un bilancio tra un senso di appartenenza e la consapevolezza di restare in qualche modo un outsider: «La mostra parla di come l’Italia mi ha accolto e di come sono riuscito a integrarmi in un tessuto sociale nuovo, imparando molto da questo paese ma senza mai perdere la sensazione di essere un estraneo». Questa doppia identità si riflette nella complessità delle immagini e nella stessa struttura dello spazio espositivo.

49 Capitols: il viaggio negli Stati Uniti tra memoria e confini

La seconda, più ampia parte della mostra si concentra sul legame di Fazel con gli Stati Uniti, paese dove è cresciuto. Il progetto 49 Capitols racconta un viaggio in camper, partito da Minneapolis, città natale dell’artista, con l’obiettivo di fotografare le sedi dei parlamenti di 49 stati americani. La scelta di documentare questi luoghi istituzionali crea una mappa visiva del territorio, vista attraverso lo sguardo di chi si muove tra confini diversi.

Un dettaglio simbolico del racconto è il gesto di Fazel, che per ogni stato visitato si è spedito una cartolina con francobolli raccolti durante l’infanzia. Questo legame tra passato personale e viaggio presente crea un filo che unisce memoria e attualità. Il viaggio si interrompe al quarantanovesimo stato, a causa di un fermo federale, e questo stop si riflette nell’allestimento: la lunga parete che ospita le fotografie si arresta bruscamente, lasciando un vuoto che accentua la sensazione di un racconto interrotto e richiama le tensioni tra libertà e controllo che attraversano l’esperienza americana.

L’archivio personale: memoria viva e racconto aperto

Al centro dello Spazio Ghella c’è l’archivio di quindici anni di lavoro, ma anche la testimonianza di una storia personale. Negativi, diapositive, lettere, fatture, album fotografici come Found Pictures e Iran Box, insieme a faldoni di progetti e documenti, compongono un insieme che fonde la dimensione professionale con quella biografica di Fazel, offrendo uno sguardo intimo sulla complessità del suo percorso.

L’idea dell’archivio nasce da una storia familiare che Fazel racconta con attenzione. La sua famiglia emigrò dall’Iran agli Stati Uniti portando con sé una scatola di scarpe piena di fotografie di famiglia. Quelle immagini, sparse e senza ordine cronologico, raccontano la vita dei suoi genitori attraverso un racconto mai lineare, ricostruito ogni volta in modo libero e personale. Questo modo di conservare la memoria si riflette nel metodo dell’artista, che rifiuta una narrazione tradizionale preferendo una disposizione delle fotografie che rispetti la spontaneità e la fluidità del ricordo.

La scatola di scarpe diventa così un simbolo potente: non solo conserva il passato familiare, ma rappresenta la filosofia con cui Fazel guarda alla fotografia. Questa visione prende forma nello Spazio Ghella, dove l’assenza di un ordine rigido lascia spazio a un’esperienza aperta, plurale e profondamente personale.

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