Nella Venezia della Biennale 2024, l’Oman non si limita a esporre: trasforma lo spazio in un’esperienza che si sente, si vive. Al Padiglione del Sultanato, dentro le antiche Artiglierie dell’Arsenale, tradizione e innovazione si fondono in un racconto sonoro e culturale potente. Un costume tradizionale diventa protagonista, ma non solo con l’immagine: qui, il suono prende forma, avvolge, scuote chi passa. Un invito a guardare oltre, a sentire con tutti i sensi.
Il padiglione omanita non racconta la sua storia in modo scontato. Al centro c’è l’al-zaanah, l’antica usanza di decorare cavalli e cavalieri con l’argento, un gesto di rispetto e riconoscimento. È questo il cuore pulsante dell’installazione. Il pavimento è coperto da sabbia autentica del deserto omanita, mentre sopra la testa dei visitatori si staglia una volta di elementi metallici argentati. Ma non si tratta di semplici oggetti fissi: si muovono e suonano al passaggio delle persone, trasformando ogni passo in una nota, ogni movimento in una variazione sonora. Si entra attraverso un breve corridoio in penombra, che crea attesa prima di scoprire uno spazio dove la tradizione si fa esperienza concreta, quasi tattile.
Qui, cavallo e cavaliere diventano un unico corpo carico di significato, raccontato attraverso silenzi, suoni metallici e la sabbia sotto i piedi. L’installazione fonde passato e presente, invitando chiunque ad essere parte attiva di questa narrazione che si fa fisica. Il padiglione sarà aperto fino al 22 novembre 2024 e si conferma uno dei momenti più interessanti di questa Biennale, capace di tradurre in chiave moderna un patrimonio culturale profondo.
Il percorso creativo di Zīnah non è stato semplice né lineare. Haitham Al Busafi, artista e curatore, ha lavorato con un continuo alternarsi di prove, studi e modifiche ai materiali. L’idea era creare un’esperienza che cambiasse a seconda del movimento e del tempo di permanenza dei visitatori. Le forme metalliche si ispirano agli ornamenti dell’al-zaanah, ma sono state rivisitate in chiave astratta. Il metallo diventa protagonista di un paesaggio sonoro che reagisce al peso e al ritmo di chi cammina sulla sabbia.
Non è una semplice installazione statica: Zīnah è un sistema vivo, che modifica continuamente il rapporto tra struttura e pubblico. Le vibrazioni del metallo creano suoni che cambiano con ogni presenza, trasformando l’ambiente. Così, chi visita non si limita a guardare, ma diventa parte integrante dell’opera, influendo su forme e suoni.
Un aspetto centrale di questo progetto è stato il lavoro collettivo. Al Busafi ha collaborato con un gruppo di studenti e giovani artisti di Muscat, coinvolti in un workshop dedicato ai temi del riconoscimento e della relazione, al centro dell’opera. Grazie a questa collaborazione, le forme metalliche sospese si arricchiscono di incisioni, portando in scena diverse voci e nuovi punti di vista.
Zīnah vive di questa apertura: mantiene una struttura precisa e studiata, ma il suo senso si completa solo con il movimento e la presenza di chi la visita, che con il proprio corpo innesca un dialogo continuo tra storia e contemporaneità.
La 61ª Biennale si muove attorno al tema “In Minor Keys”, un invito a lasciare da parte l’apparenza spettacolare per esplorare vibrazioni più sottili, quasi nascoste. L’opera di Al Busafi incarna questo spirito con un linguaggio fatto di forze discrete: attrito, peso, riverbero, suono. Tutto attraverso la tradizione dell’al-zaanah, rivissuta in un modo che lega materia e movimento.
In una città come Venezia, dove spesso l’arte punta a colpire con immagini e narrazioni forti, Zīnah si distingue per un approccio più delicato ma profondo. La sua forza sta nel trasformare un rito antico in un’esperienza moderna, fatta di partecipazione e meditazione sonora, aprendo uno squarcio su una cultura ricca e poco conosciuta.
Il Padiglione dell’Oman alla Biennale di Venezia offre così uno sguardo fresco, che unisce cultura, tradizione e innovazione, regalando ai visitatori un viaggio dentro un patrimonio lontano ma più attuale che mai.
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