A Venezia, Ca’ Giustinian ha ospitato la presentazione della Biennale Architettura 2027, un appuntamento che si annuncia ben più di una semplice esposizione. Qui, architettura, natura e uomo si sfidano in un delicato equilibrio. È una sfida che riguarda il modo in cui costruiamo e viviamo gli spazi, senza stravolgere il paesaggio né ignorare le culture che abitano quei luoghi. Non è solo questione di forme o innovazioni tecnologiche, ma di ripensare il rapporto tra città e ambiente, in tempi che sembrano dilatarsi e chiedono rispetto.
La direzione artistica della Biennale è stata affidata a Wang Shu e Lu Wenyu, due architetti cinesi che hanno fondato l’Amateur Architecture Studio. Attivi dagli anni ’80, hanno vissuto in prima persona i grandi cambiamenti sociali e urbanistici della Cina contemporanea. Il loro lavoro si concentra sulla salvaguardia del tessuto culturale e paesaggistico, mescolando materiali locali e tecniche tradizionali con soluzioni moderne, evitando così una ripetizione sterile dell’edilizia.
Nel 1997 hanno anche creato la scuola di architettura della China Academy of Art, un centro che riflette la loro visione sia educativa che progettuale. Wang Shu ha ricevuto il Pritzker Architecture Prize nel 2012, mentre entrambi hanno già collaborato più volte con la Biennale veneziana, consolidando un rapporto duraturo con questa manifestazione internazionale. Tra i loro lavori più noti ci sono il Museo Storico di Ningbo, il campus Xiangshan, il recupero del villaggio di Wencun e il complesso culturale a Fuyang: esempi concreti di come tradizione e modernità possano convivere.
Per Wang Shu e Lu Wenyu la parola chiave è “coesistenza”. La chiamano la via d’uscita dalla “crisi dell’architettura”. Vogliono che questa disciplina torni a confrontarsi con la realtà di tutti i giorni, affrontando responsabilmente i cambiamenti sociali, ambientali e culturali in corso. L’architettura deve misurarsi con il mondo reale, non solo con forme simboliche o spazi astratti.
Si ragiona soprattutto su come far convivere città e natura, recuperare il costruito senza dimenticare nuove urbanizzazioni, unire tradizione e innovazione tecnologica. I curatori mettono in guardia contro una modernizzazione senza senso, ma rifiutano anche un recupero nostalgico e frammentato del passato. La diversità è vista come una risorsa: «La bellezza nasce dalla ricchezza delle differenze», dicono, ma avvertono che non deve diventare un alibi per fermare il progresso o per paura del futuro.
Un punto cruciale è come integrare armoniosamente nuove costruzioni nel patrimonio locale, evitando repliche anonime e puntando invece a forme che riconoscano e valorizzino il contesto culturale. Come si può far sì che l’urbanizzazione non cancelli le specificità delle comunità? Serve un processo progettuale attento e partecipato, che lasci spazio all’autenticità e coinvolga chi vive quei luoghi.
Il titolo scelto, Do Architecture, mette in luce l’aspetto concreto dell’azione architettonica. Non si tratta solo di forme o tecnologie, ma di un lavoro tangibile, che coinvolge materiali, corpi e ambienti. La Biennale 2027 darà grande spazio al coinvolgimento delle comunità locali, alla formazione e a una sperimentazione “radicale” ma radicata nella realtà del territorio.
Durante la presentazione è stata richiamata l’immagine del giardino cinese, definito da Wang Shu e Lu Wenyu come l’architettura più bella che esista: uno spazio che non è solo estetica, ma equilibrio delicato e vivo, mantenuto con pazienza nel tempo. Questa immagine riassume bene la filosofia della Biennale: una coesistenza fatta di cura, manutenzione collettiva e resistenza pacifica. Il giardino diventa una metafora di un modo di abitare che sceglie la pace invece dell’imposizione, l’armonia invece del conflitto.
Anche Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, ha sottolineato il valore simbolico di questa ventesima edizione, che può contare sul sostegno unico di Rolex. Ha definito la mostra come un libro di geografia che scrive nuove storie, mettendo il “fare architettura” al centro come gesto capace di conservare tradizione e rispondere al cambiamento.
Un’altra novità importante riguarda la comunicazione. A partire dal 2027, oltre all’italiano e all’inglese, la Biennale introdurrà il cinese come terza lingua ufficiale. Non è una scelta casuale, ma un segnale chiaro di apertura verso il futuro e di rafforzamento di legami culturali ormai imprescindibili.
Buttafuoco ha spiegato che non si tratta di un gesto esotico, ma di un passo naturale per un evento che vuole parlare a un pubblico internazionale e multiculturale. Ha ricordato anche il legame storico e culturale tra Venezia e la letteratura cinese, rappresentato dal poeta Ezra Pound, che qui visse a lungo e tradusse autori come Confucio e Mencio.
Questa decisione conferma la volontà di dare alla Biennale 2027 una dimensione ampia, capace di dialogare con culture diverse, mantenendo sempre al centro pratiche architettoniche vive e in continua evoluzione.
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