
La memoria non è un luogo, è un movimento, diceva qualcuno. A Roma, Spazio Studi Arte riaccende le luci su Roommates, giunto alla sua quarta edizione. Qui, fino al 19 maggio, tre artisti intrecciano storie e silenzi, dando voce a quell’area fragile dove identità e ricordo si incontrano e si scontrano. Non è una semplice esposizione: è un viaggio che sfida chi osserva a confrontarsi con ciò che si nasconde dietro la fatica del raccontare, tra perdite invisibili e verità sussurrate. Un’esperienza che tocca, senza urlare, la profondità di chi siamo.
Sidonie Pellegrino: suoni, dialetto e ricordi del Sud che parlano all’orecchio
Entrando nel primo spazio, Sidonie Pellegrino trasforma l’ambiente con suoni sospesi e risonanze profonde. La sua performance Canto pe’ dispietto ruota attorno all’identità complessa del Meridione d’Italia. L’artista entra e esce dalla stanza seguendo un ritmo indefinito, come un vento leggero che incrocia lo sguardo degli spettatori. Si avvicina, bisbiglia parole in dialetto proprio all’orecchio di chi sta lì. Quel dialetto non è subito chiaro a tutti, è un patrimonio sonoro carico di memorie, immagini e accenti che non si lasciano tradurre facilmente.
Qui il dialetto non è solo lingua, ma radice culturale viva, legata a una tradizione orale che resiste solo quando chi ascolta riconosce la stessa terra. Non capire pienamente significa perdere, allontanare quel tessuto fatto di relazioni e ricordi, tangibili e no. La performance si espande oltre la stanza, invade balconi, corridoi e spazi comuni: ogni parola si propaga come un’eco che unisce tutto l’edificio in un’unica vibrazione.
Le pareti ospitano disegni di paesaggi naturali con figure appena accennate, accompagnati da strumenti tradizionali come tammorre e castagnette. Questi oggetti, esposti come reliquie, sono presenze silenziose che custodiscono il ritmo e la memoria collettiva di comunità che resistono attraverso riti e tradizioni. La performance di Pellegrino mette in luce due facce della trasmissione culturale: il rischio di perdere tutto per incomprensione e la forza straordinaria con cui una cultura sopravvive nelle voci e nei gesti. L’artista è un ponte, una presenza fluida che attraversa spazi e ricordi, lasciando una traccia indelebile di un passato comune.
Damiano Tata e il vortex cannon: quando il silenzio pesa come un colpo
Nella seconda stanza si trova l’opera di Damiano Tata, che crea un’atmosfera sospesa tra tecnologia riadattata e riflessione sul linguaggio. Il dispositivo si ispira al vortex cannon, un’arma degli anni Sessanta che lanciava vortici d’aria per colpire bersagli. Tata lo svuota della sua funzione bellica per trasformarlo in una macchina che emette anelli di fumo circolari, lenti e delicati, generati da una frequenza sonora bassa.
Quegli anelli si allargano lentamente nell’aria, ipnotici, per poi dissolversi senza lasciare traccia. Anche se ora innocuo, l’opera mantiene una tensione inquietante: è una metafora della violenza dell’incomunicabilità, del tentativo fallito di far prendere forma al linguaggio. Il fumo diventa parola mai ascoltata davvero, pensiero lanciato nel vuoto senza radicarsi in chi lo riceve.
Ogni emissione è insieme affermazione e fallimento. La frustrazione di chi vuole farsi sentire ma si scontra con l’indifferenza o l’impossibilità di essere ascoltato si percepisce forte, scandita da ritmi ripetuti, quasi respiri forzati di un corpo che reclama attenzione. L’installazione si fa così uno spazio sospeso, un limbo tra desiderio di espressione e barriere invisibili che bloccano il dialogo vero. Questa dimensione di perdita e rabbia diventa presenza concreta, semplice, ma capace di evocare un malessere profondo e attuale.
Clarissa Secco e l’armadio che racconta vite e identità a pezzi
Nell’ultima stanza, un grande armadio domina la scena, protagonista dell’installazione di Clarissa Secco. Non è solo un contenitore, ma un archivio materiale denso di memorie personali, una rappresentazione tangibile di identità stratificate. Dentro ci sono vestiti dai colori vivaci e dai motivi insoliti, spesso vintage o di seconda mano. Questi capi non sono abiti funzionali o formali, ma raccontano una dimensione più autentica e spontanea del vestirsi.
L’armadio diventa così il simbolo di come l’identità si costruisce e si mostra attraverso gli abiti. Se da una parte c’è la scelta di abiti spettacolari o socialmente richiesti, dall’altra rimane una sfera più naturale, fatta di scelte inconsapevoli e pezzi vissuti. Quei vestiti portano con sé tracce di esperienze, stati d’animo, incontri e tempi passati. Attraverso di loro, la vita quotidiana si fa visibile e interpretabile, frammentata ma chiara.
L’armadio è quindi un doppio archivio: un contenitore fisico e uno spazio emozionale dove si conservano indizi di una storia personale. La mostra non parla solo degli abiti scelti dall’artista, ma di come attraverso quei capi lei si riconosce e si mostra al mondo. Il senso dell’installazione sta nella concretezza di quegli oggetti che raccontano una vita vissuta, identità fuori dagli schemi e modi alternativi di esprimersi.
Memoria, voce e identità: il fragile ponte oltre il visibile
Dietro la varietà di forme e linguaggi, Roommates ATTO IV sviluppa un tema unico: la difficoltà di trasmettere elementi culturali e personali oltre i limiti fisici dell’espressione. La voce e la memoria orale di Sidonie Pellegrino, sussurrate e irrequiete; il linguaggio che si dissolve negli anelli di fumo di Damiano Tata; le identità stratificate negli abiti di Clarissa Secco: ogni lavoro racconta una comunicazione che rischia di restare incompleta.
La mostra indaga quel divario inevitabile tra chi parla e chi ascolta, tra ciò che vorremmo dire e ciò che davvero arriva. Parole che non si capiscono, messaggi che svaniscono prima di essere colti, vite nascoste dietro un pezzo di stoffa: tutto racconta uno scarto, una perdita che non è solo difetto ma parte del processo stesso di comunicazione.
Ed è proprio in questa fragilità, in quel margine di incertezza e incompletezza, che le opere trovano la loro forza. La mostra diventa così uno spazio per riflettere sulla persistenza delle culture, delle storie personali e collettive, invitandoci a un ascolto più attento e consapevole di ciò che spesso resta nascosto o sfugge.



