Cinque film con Fellini alle spalle, decenni trascorsi a costruire mondi invisibili dietro le quinte del cinema. Ai Musei di San Salvatore in Lauro, nel cuore pulsante di Roma, fino al 19 luglio si può entrare nell’universo di Dante Ferretti. Non si tratta solo di ammirare bozzetti o costumi: è un’immersione nella mente di uno scenografo premio Oscar, capace di trasformare il set in un luogo magico. Si scopre, per esempio, che Fellini soffriva il mal di mare sul palco di posa, o come Ferretti e Scorsese spesso comunicassero senza bisogno di parole. E poi ci sono quelle storie, nate da difficoltà, che si sono trasformate in capolavori conosciuti in tutto il mondo.
La mostra non si limita a mostrare i lavori di Ferretti come un semplice dietro le quinte. I bozzetti, i modellini, i dipinti raccontano la nascita di un talento diventato leggenda. Tra le curiosità, spicca l’idea usata per “E la nave va” di Fellini. Per ricreare il movimento di una nave, costruirono una pedana enorme su molle dentro il teatro di posa. Ma Fellini soffriva davvero il mal di mare. Così Ferretti inventò una torretta fissa accanto alla pedana, dove il regista poteva restare fermo mentre tutto intorno oscillava. È solo un esempio di come ogni scena nasca da ricerca, concretezza e collaborazione paziente.
Ci sono anche bozzetti che raccontano tre decenni di lavoro con Martin Scorsese. Ferretti ricorda un rapporto fatto più di azione che di chiacchiere: lui disegnava gli scenari leggendo la sceneggiatura, Scorsese arrivava spesso a controllare tutto il giorno prima delle riprese. Quel modo di lavorare, silenzioso ma efficace, ha portato a nove film insieme e a premi prestigiosi, Oscar compresi.
Il legame con Scorsese ha portato Ferretti anche a Cinecittà per “Gangs of New York”. Il giorno in cui il regista arrivò a Roma con la produzione, Ferretti lo convinse a fermarsi a mangiare fuori orario in un ristorante davanti a Cinecittà, tanto da far aprire il locale apposta. Da lì iniziarono i lavori sui bozzetti. Il film, ambientato nella New York di metà Ottocento, fu girato quasi tutto a Roma, con scenografie costruite pezzo dopo pezzo. Solo qualche inquadratura venne girata con il green screen sul fiume Hudson. L’uscita del film slittò di un anno per inserire la scena della tragedia delle Torri Gemelle, fondamentale per la memoria storica del racconto.
Per “Shutter Island” Ferretti ricorda un momento di scetticismo prima degli Oscar. Dopo quattro nomination senza vittorie, Scorsese li spinse a partecipare comunque, anche se non avevano preparato un discorso né avevano posti in prima fila, finendo dietro le quinte. Alla fine arrivò l’Oscar per “The Aviator”, che premiò Ferretti e Francesca Lo Schiavo, sua compagna di lavoro.
Il secondo Oscar arrivò in modo inatteso, dopo un progetto fallito con Tim Burton in Cina. Con un budget da 200 milioni, il film fu cancellato all’ultimo istante dal produttore. Ferretti e Burton decisero comunque di realizzare “Sweeney Todd” con un budget molto più ridotto, 50 milioni di dollari. Le scenografie furono costruite interamente a Shepperton, senza usare bluescreen o effetti digitali, ma puntando su strutture reali. Questa scelta artigianale valse loro un altro Oscar, frutto di un lavoro concreto e fatto a mano.
Un terzo riconoscimento è legato a “Hugo Cabret”, un film ricco di dettagli materiali: ferro, vetro, ingranaggi, polvere. Ferretti ha creato un mondo di autentica meraviglia, un lavoro che si basa sull’esperienza tattile e materiale, qualcosa che, dice con ironia, nessuna intelligenza artificiale potrà mai davvero riprodurre. Anzi, scherza chiamandola “deficienza artificiale”, con un sorriso gentile.
Ferretti riflette anche sul mestiere dello scenografo oggi. Secondo lui, il ruolo ha perso molto terreno a favore degli effetti digitali. Oggi si punta più su computer grafica e rendering che su costruzioni vere. Lui si definisce ancora un “muratore”, uno che ama mettere mattoni uno sopra l’altro, mantenendo in equilibrio ogni pezzo. L’immagine degli acquedotti romani, che resistono al tempo, rende bene l’idea: le opere artigianali durano, mentre le soluzioni moderne spesso sono più fragili.
Parla poi brevemente del cinema italiano, ricordando Fellini e l’ultimo film girato in Italia da lui stesso tanti anni fa. Il suo lavoro è stato apprezzato anche in produzioni straniere come “Il nome della rosa” di Jean-Jacques Annaud e “Il barone di Münchhausen”. Nonostante la qualità, questi film non hanno sempre raggiunto un grande pubblico, rendendo difficile la sostenibilità economica e artistica di questo tipo di cinema nel nostro paese.
Francesca Lo Schiavo, moglie e collaboratrice storica, è parte fondamentale del successo di Ferretti. Si occupa della decorazione dei set e insieme hanno raccolto una montagna di premi: Oscar, BAFTA, David di Donatello, Nastri d’Argento. Ferretti scherza dicendo di essere “lo schiavo” di sua moglie, che comanda dietro le quinte. La loro sintonia dura da decenni, un equilibrio tra estetica, tecnica e visione condivisa.
Questa coppia vede il cinema come un mosaico di dettagli che vanno oltre la singola scenografia. La loro esperienza, più volte premiata, dimostra che dietro ogni fotogramma ci sono mesi di lavoro, prove e aggiustamenti per costruire ambienti credibili e pieni di fascino.
Tra gli aneddoti più curiosi, Ferretti racconta della tomba che ha progettato per sé, quasi come fosse un’ultima scenografia. La immagina come un appartamento completo di salotto, cucina, camera da letto e perfino televisione, condiviso idealmente con “amici morti” invitati a cena. L’ironia attraversa questo racconto, ma mostra anche la sua capacità di immaginare spazi, anche oltre la vita.
Conclude prendendosi gioco di sé stesso, dicendo di essere “troppo vecchio” per preoccuparsi di lasciare un erede alla scenografia, un mestiere destinato a cambiare col tempo. Il suo umorismo e la profondità delle riflessioni dipingono un personaggio che guarda avanti, mantenendo saldo il legame con i materiali e il lavoro tradizionale.
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