A due passi dall’Erie Canal, nel cuore di un piccolo borgo dello stato di New York, Medina si prepara a qualcosa di insolito. Non una mostra qualsiasi, ma un’esperienza che mescola arte, natura e comunità in modo del tutto inedito. Il conto alla rovescia è iniziato: il 6 giugno 2026 aprirà la prima Medina Triennial. Un evento che non corre, ma si prende il suo tempo. Attraversa edifici abbandonati, trasforma spazi pubblici, racconta storie. Qui, lontano dal ritmo frenetico delle grandi città, l’arte si fa ponte tra passato e presente, tra materiali grezzi e persone reali. Un dialogo autentico, che cresce sulle rive tranquille del canale.
La Triennale di Medina mette in discussione l’idea del museo come luogo chiuso, ordinato e controllato. La mostra si snoda in tanti spazi sparsi per il centro: scuole abbandonate da anni, parchi, chiese, persino ospedali dismessi diventano tappe di un percorso espositivo diffuso. La curatela di Kari Conte e Karin Laansoo ha messo insieme un progetto che coinvolge 39 artisti e collettivi provenienti da cinque continenti, con più di cento opere in mostra. Niente “white cube” qui: le installazioni vivono negli edifici storici e negli spazi quotidiani della cittadina, che diventano così palcoscenici pulsanti per riflettere sulle radici e le storie delle comunità.
La scelta di Medina non è casuale. L’idea è rigenerare non solo i luoghi fisici, ma anche le relazioni sociali e culturali. Fin dall’inizio, si è voluto dimostrare come l’arte possa sostenere la vita civica e ambientale, lavorando con materiali di recupero, energie rinnovabili, collaborazioni dirette e ricerche sul territorio. Il tema di questa prima edizione, “All That Sustains Us”, indaga cosa davvero tiene in piedi una comunità e il suo spazio vitale.
Al centro della rassegna ci sono domande forti e attuali: come il lavoro, le conoscenze tradizionali e i sistemi ecologici si intrecciano per tenere insieme società e ambiente, soprattutto in tempi di crisi e instabilità. La mostra riflette criticamente sui rapporti con il territorio, come l’estrazione delle risorse e la gestione dell’acqua, ma anche sulle infrastrutture pubbliche che possono sostenere o mettere in difficoltà le comunità.
Le opere esplorano sia quello che si vede in superficie, sia le strutture nascoste che regolano la vita di tutti i giorni. Si parte da radici materiali – la linfa degli alberi, i tessuti naturali – per arrivare alla politica del lavoro e della cura. Molte artiste, già note a livello internazionale, hanno creato progetti in stretta collaborazione con il territorio, unendo spesso ricerca scientifica e impegno sociale.
Tra i protagonisti ci sono nomi di rilievo: Lina Lapelytė, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia; Tania Candiani, che lavora su temi storici e sociali; e Asad Raza, originario di Buffalo, vicino a Medina, che porta in scena le acque dell’Erie Canal. La nigeriana Victoria-Idongesit Udondian, presente anche a Venezia 2026, affronta questioni legate a migrazione e politica.
Il fotografo palestinese Taysir Batniji offre uno sguardo sulle condizioni di conflitto e movimento, mentre Jane Jin Kaisen indaga memorie diasporiche e tracce coloniali. Il dialogo tra artisti da tutto il mondo è una delle forze di questo progetto, che punta su opere site-specific e installazioni capaci di coinvolgere direttamente gli abitanti.
Il programma di residenze “Fieldwork” è uno dei pilastri della Triennale. Gli artisti passano mesi a Medina per sviluppare le loro opere sul posto, con un approccio lento e immersivo. Così l’evento esce dalla classica logica dell’esposizione per trasformarsi in un’esperienza produttiva e di relazione.
Per esempio, Apparicio e Wang lavorano su progetti che uniscono ecologia e artigianato: una scultura fatta con materiali di scarto naturali e un boschetto di aceri pensato per produrre energia e una bevanda a base di linfa. Mary Mattingly costruisce insieme alla comunità un giardino galleggiante, mentre Lina Lapelytė mette in scena una performance che coinvolge artigiani e cantanti. Ogni progetto punta alla condivisione e a mettere in luce ciò che mantiene viva la collettività.
Dietro la Triennale c’è un sostegno solido e concreto: la New York Power Authority e la New York State Canal Corporation sono partner fondamentali per portare avanti un progetto che unisce cultura e sostenibilità. La scelta di un piccolo centro come Medina, immerso in un paesaggio naturale e industriale, conferma la volontà di mettere in discussione i tradizionali modelli delle grandi esposizioni.
L’attenzione alle pratiche locali, ai materiali del territorio e ai sistemi ecologici è al centro di questa nuova forma di fare arte, riducendo l’impatto sull’ambiente e agendo direttamente sulle comunità coinvolte. La Triennale si presenta così come un laboratorio rigoroso e innovativo, una piattaforma di dialogo tra artisti, territorio e istituzioni.
La lista degli artisti è lunga e internazionale. Oltre ai già citati, ci sono Ash Arder, James Beckett, Jay Carrier, FIBRA, Futurefarmers, Greg Halpern, Terike Haapoja, Carole Harris, Scott Hocking, Gözde İlkin, Aki Inomata, Richard Ibghy & Marilou Lemmens, Kärt Ojavee, Anne Duk Hee Jordan, Matt Kenyon, Evelyne Leblanc-Roberge, Dionne Lee, Matthew López-Jensen, Cathy Lu, Gamaliel Rodriguez, Deirdre O’Mahony, Abraham O. Oghobase, Selma Selman, Finnegan Shannon, Jean Shin, SIDE CORE e Mierle Laderman Ukeles.
Tutti contribuiscono a creare un mosaico di esperienze e sensibilità che trasforma Medina in un centro di ricerca artistica e sociale. Le loro opere, immerse nel contesto locale, tessono un legame forte tra partecipazione e memoria, tra passato e sfide future di ecosistemi e comunità.
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