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Bergamo celebra le fotografie vernacolari Kodachrome: il passato diventa racconto collettivo

A Bergamo, in un angolo di SANBE15/C, si animano fotografie Kodachrome anonime, scattate senza velleità artistiche. Immagini che sembravano destinate a rimanere private, nascoste in cassetti polverosi, ora conquistano lo spazio pubblico. Non sono opere d’arte, ma frammenti di vite comuni, catturati per caso, che tornano a raccontare storie silenziose. Questi scatti, fermi nel tempo, evocano ricordi che credevamo perduti, trasformandosi in ponti tra passato e presente.

Memory Is Not A File: un archivio di immagini quotidiane

Il titolo completo dell’ultima mostra ideata da Damiano Carrara è Memory Is Not A File. 7×7=49. The past is not behind, it surrounds us. Aperta a Bergamo nel 2024, nello spazio SANBE15/C curato da Paola Amadeo e Francesca Parisi, nasce dall’esplorazione di un enorme archivio privato: oltre un milione di diapositive Kodachrome raccolte da Carrara negli anni. Sono fotografie vernacolari, scatti amatoriali, spesso imperfetti e privi di ambizioni artistiche, realizzati tra la fine degli anni Quaranta e i primi Ottanta.

Le 49 immagini in mostra sono il frutto di una selezione precisa: sette fotografie al giorno per sette giorni consecutivi. Non una semplice sequenza cronologica, ma un percorso non lineare fatto di ritorni e variazioni emotive, pensato per costruire un atlante affettivo più che una semplice cronaca storica. Ogni giornata si concentra su un tema diverso: dal silenzio condiviso alle atmosfere domestiche, dal tempo sospeso al gesto quotidiano. Così il visitatore si muove attraverso momenti intimi e collettivi.

La forza di queste immagini sta proprio nell’essere nate private, a volte goffe o imperfette, ma capaci di comunicare con intensità. Tirate fuori dal loro ambito familiare, liberate dal ruolo di ricordo personale, diventano presenze vive, in dialogo con chi le guarda.

Kodachrome, la “pelle del tempo” del Novecento

Alla base di tutto c’è il Kodachrome, una pellicola che ha segnato profondamente la fotografia del Novecento. Lanciata da Eastman Kodak nel 1935, ha rivoluzionato il modo di fare fotografia, sia amatoriale che professionale. Nota per i suoi colori intensi e la durata nel tempo senza sbiadire, è stata usata ovunque: dalla fotografia di famiglia ai reportage, fino al cinema.

Il Kodachrome ha dominato la scena soprattutto dal dopoguerra agli anni Ottanta, imponendosi per qualità e solidità. È stata chiamata “pelle del tempo” perché le immagini mantengono intatti colori e materia anche dopo decenni, dando alle fotografie una presenza quasi tangibile.

Con l’arrivo di pellicole più economiche, video e digitale, il Kodachrome ha lentamente perso terreno, fino a sparire nel 2009. L’ultimo rullino è stato sviluppato nel 2010 da Steve McCurry nell’ultimo laboratorio autorizzato al mondo, un segno del valore storico di questa tecnologia ormai fuori produzione.

Non è solo una questione tecnica: il Kodachrome ha plasmato un modo preciso di fissare e vedere la memoria visiva del secolo scorso. Il progetto di Carrara sottolinea che questa pellicola è più di un mezzo, è un “autore silenzioso” che segna e trasforma il tempo dentro le immagini.

Riscoprire immagini familiari fuori dal loro contesto

Il cuore della mostra sta nell’estrarre queste fotografie dal loro ruolo originario. Non sono più solo ricordi personali, ma diventano materiale vivo per un racconto collettivo aperto a nuovi sguardi. Carrara spiega che ogni immagine si trasforma in un varco, un invito a pensare alla memoria non come a un semplice file digitale conservato, ma come a qualcosa che si muove, si espande e cambia.

Le foto non danno nomi, luoghi o eventi precisi. I soggetti restano anonimi, i dettagli sfocati. Eppure chi guarda riconosce gesti, posture e situazioni comuni: una festa tra amici, un attimo di attesa, scene di intimità familiare, scorci di paesaggi domestici. Questa familiarità non nasce da identità specifiche, ma da sensazioni archetipiche, da un legame emotivo e culturale che supera tempo e distanza.

La scelta e l’accostamento delle immagini creano una continuità che sorprende, aprendo spazi di tensione e sentimento. Non c’è un punto di vista imposto dall’autore, ma tante possibilità di interpretazione. Lo spettatore è chiamato a completare o riscrivere la storia, immergendosi in un intreccio di relazioni che non si chiude su se stesso, ma si apre al presente.

Anche il colore ha un ruolo importante: il Kodachrome con la sua ricchezza cromatica e le sue imperfezioni nostalgiche rende le fotografie superfici vive, dove il tempo non è solo passato in attesa, ma una dimensione che avvolge e contamina il presente.

Tra analogico e digitale: riflessioni sulla visione di oggi

Memory Is Not A File prova a superare la classica divisione tra immagini analogiche e digitali, interrogando il modo in cui guardiamo oggi. Osservare fotografie nate per un uso diverso da quello espositivo crea uno spazio di riflessione su come le immagini viaggiano e vengono accolte nel tempo.

L’archivio di Carrara racconta un modo lento di circolare, fatto di legami e memorie condivise, lontano dall’immediatezza del digitale. Prima dell’era della rete e della sovrapproduzione istantanea, le immagini trovavano nuovi significati nel passaggio di mano in mano, nella persistenza dello sguardo umano.

Questo scarto tra intenzione originaria e visione attuale non crea confusione, ma apre a sospensioni di senso, emozioni in movimento e nuove rinascite. Le fotografie non sono più solo documenti, ma presenze attive. Il progetto offre così un modo nuovo di leggere il passato visivo, mettendo in discussione le certezze e spalancando uno spazio sulle potenzialità della memoria visiva.

A Bergamo, questo esperimento invita a rivedere il valore delle immagini vernacolari, restituendo loro forza narrativa e sensibilità espressiva, rinnovando il modo in cui pensiamo al rapporto con la memoria, il tempo e l’essere umano nel Novecento e oltre.

Redazione

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