«Non sono mai stata una sola cosa, né voglio esserlo». Così Simona Nobili svela, con la sua fotografia, un mondo fatto di identità fluide e frammentate. Nel suo lavoro, l’immagine pubblica smette di essere un volto immutabile e si trasforma in un racconto vivo, in continua evoluzione. Tra luci e ombre, la sua arte non si limita a mostrare, ma esplora chi siamo davvero, oltre le apparenze. Un viaggio dentro se stessa, che si riflette in ogni scatto, come un diario in divenire.
L’arte che parla senza parole
Simona Nobili arriva alla fotografia partendo dal teatro. Dal palco ha imparato a non rappresentare se stessa, ma a usare il corpo come porta verso qualcosa di più profondo, rivolto a chi guarda. Era un modo di raccontare storie senza usare parole; oggi con la macchina fotografica cerca lo stesso scambio. Confessa che la fotografia è arrivata tardi, ma si è rivelata fondamentale per esprimere ciò che a parole fatica a uscire. Le sue immagini sono uno specchio, un linguaggio che racconta la complessità dell’identità umana.
Il suo sguardo si posa soprattutto sulla vita urbana e sulle persone che la abitano. Cerca scatti che colpiscano, carichi di intensità e mistero: volti e sguardi che raccontano storie mai del tutto chiare, ma capaci di suscitare curiosità e empatia. Il bianco e nero, spesso presente nel suo lavoro, accentua i contrasti, dà spessore a quegli istanti di vita che ci invita a guardare, quasi congelando il tempo.
Identità pubblica tra scelte e libertà
In un’epoca in cui si costruiscono identità sempre più calibrate e “da spettacolo”, Simona risponde con una visione più fluida di sé. Non si lascia rinchiudere in categorie rigide, ma si vede come una figura complessa, fatta di esperienze diverse. Il suo percorso, tra teatro, cinema e fotografia, le ha insegnato a osservare con attenzione dettagli e momenti che spesso sfuggono.
Sul rapporto con l’apparenza social e la sua esposizione, Simona è pragmatica. Pur riconoscendo il valore dei social come vetrina, li usa soprattutto per condividere sensibilità e immagini. Per lei, contano l’autenticità e la sincerità della rappresentazione. In un mondo dove l’identità viene spesso rimaneggiata o stravolta, anche grazie ai richiami al passato o alla cultura pop, sottolinea quanto sia importante conoscere e custodire il proprio bagaglio culturale come un vero patrimonio.
Artista? Più uno sguardo che un’etichetta
Quando le chiedono se si definisce artista, Simona prende le distanze da etichette precise. Preferisce parlare di una particolare capacità di osservare il mondo. È un modo di vedere che le permette di raccontare realtà nascoste, mettere in luce dettagli insoliti, scovare frammenti di umanità. Uno sguardo che passa senza barriere dal privato al pubblico.
Alla domanda su quale altra identità culturale vorrebbe abbracciare, risponde con chiarezza: in questo momento non le interessa cambiare pelle. Essere semplicemente se stessa, con tutte le sue sfaccettature, è già una sfida e un lavoro a tempo pieno. Il suo lavoro nasce proprio da questa esigenza: esplorare la propria identità senza forzature né maschere.
Dietro l’obiettivo: il percorso di Simona Nobili
Simona Nobili ha coltivato la passione per la fotografia accanto alla carriera d’attrice. Si è formata all’Istituto Roberto Rossellini di Roma, specializzandosi in fotografia analogica. Questo doppio approccio, che spazia dal digitale all’analogico, le consente di dialogare tra epoche e tecniche diverse, fondendo tradizione e innovazione.
Al centro della sua ricerca restano i temi dell’identità e della memoria. Il bianco e nero è la sua cifra stilistica, scelta per raccontare la complessità e i contrasti della vita. Nel 2024 e nel 2025 alcune sue fotografie sono state esposte in mostre personali e collettive, in Italia e all’estero, entrando anche in collezioni prestigiose come la Mediterraneum Collection.
Il lavoro di Simona Nobili invita a riflettere sulla rappresentazione di sé oggi, offrendo uno sguardo capace di cogliere l’intimità dietro le apparenze e il mistero nascosto in uno sguardo fermato da una fotografia.
