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The Others Torino 2024: Lorenzo Bruni svela il futuro delle fiere d’arte tra sperimentazione e mercato

Nel cuore del Parcheggio Lancia a Torino, un ex spazio dimenticato si trasforma in un laboratorio pulsante di creatività. The Others Art Fair rompe con la tradizione delle fiere d’arte: niente più stand rigidi e freddi, ma un’esperienza che coinvolge, sorprende e invita a partecipare. Qui l’arte non resta dietro una teca, si lascia toccare con lo sguardo, si discute con gli artisti, si respira nelle stanze di un “non-luogo” che diventa luogo vero, vivo. Lorenzo Bruni, il direttore artistico, non ha dubbi: l’obiettivo è far nascere connessioni nuove, far vibrare spazi inattesi, portando alla luce talenti emergenti in un modo del tutto originale.

Da spazi tradizionali a un parcheggio urbano: la rivoluzione di The Others

Nata nel 2010 per colmare il vuoto tra giovani gallerie indipendenti e realtà no profit, The Others ha sempre cercato di evitare le solite dinamiche fieristiche. Il cambio di sede è diventato un tratto distintivo e un gesto curatoriale forte. Dal 2019, con Lorenzo Bruni alla guida, la fiera ha abbandonato le sedi convenzionali per investire spazi carichi di storia e simbolismo: un ex ospedale militare, il maestoso complesso del Valentino, uno degli edifici dell’ILO presso l’ONU. Quest’anno la scelta è caduta su un parcheggio coperto, un luogo di passaggio dove nessuno si ferma davvero. Una sfida: invitare i visitatori a “fermare il tempo” in un mondo dell’arte che corre sempre più veloce.

L’idea del “non-luogo”, come lo definisce Marc Augé, si traduce in un allestimento che evita la solita griglia. Le opere sono disposte in “isole”, favorendo incontri casuali e scoperte inattese. In un mondo che spinge alla rapidità, qui si chiede di prendersi tempo, di guardare con calma e attenzione. Il dialogo con l’arte diventa più profondo, più personale, rompendo la logica del guadagno immediato.

Le urgenze di oggi raccontate attraverso l’arte emergente

L’arte contemporanea non è solo stile, ma risposta a una realtà complessa. Gli artisti scelti da The Others riflettono sulle sfide sociali, economiche e tecnologiche del nostro tempo. La fiera vuole intercettare queste tensioni, stimolando dibattiti che nascono dal confronto con spazi e contesti specifici. Negli ultimi anni si sono affrontati temi come l’identità culturale in sedi internazionali o il confronto tra artigianato manuale e intelligenza artificiale.

Per il 2026, spiccano quattro linee di ricerca. Vittorio Valiante indaga l’“economia dell’attenzione” attraverso figure umane evanescenti, immerse in strutture da cantiere che raccontano fragilità. Giovanni Mercatelli intreccia memoria e fotografia storica con la pittura, creando narrazioni intime. Luna Dannon esplora il genere e la maternità come chiavi di identità, mentre Maru Cantos studia la percezione dello spazio tra reale e digitale.

Dietro la selezione c’è un team curatoriale – con Lýdia Pribišová, Elisabetta Roncati e Leonardo Salgado – che punta a offrire un quadro vivido e sfaccettato, lontano dagli schemi rigidi del sistema dell’arte. I 54 progetti scelti raccontano un presente artistico complesso e la fiera si fa laboratorio di riflessioni, non solo vetrina.

Collezionismo e sostenibilità: costruire legami oltre l’acquisto

The Others parla a due pubblici: collezionisti navigati, attratti dal valore culturale, e neofiti che vogliono avvicinarsi all’arte senza barriere. Il modello fieristico punta a non fermarsi al business dei quattro giorni. Le cartoline dipinte di Peter Meehan, per esempio, diventano il primo passo di uno scambio personale e duraturo, che va oltre l’acquisto.

La collaborazione tra gallerie, artisti e collezionisti crea nuove dinamiche che valorizzano ricerche emergenti, spesso invisibili altrove. La fiera si trasforma così in un luogo dove nascono collaborazioni, si costruiscono reti e si sostiene un sistema dell’arte più sostenibile e condiviso.

Sperimentare tra digitale e pratiche non convenzionali

The Others mescola arte tradizionale e sperimentazioni, soprattutto nelle sezioni Expanded Grounds e Digital-Craft Journey. Gli artisti sono scelti con open call che privilegiano installazioni capaci di dialogare con lo spazio. Expanded Grounds ospita opere che si confrontano con l’atmosfera del Parcheggio Lancia: dal ricamo come resistenza queer di Ruben Montini alle delicate carte di El Gato Chimney, fino all’ufficio mobile di Federica Sutti, un’arte che si muove e vive.

Digital-Craft Journey, alla seconda edizione, punta sui video d’arte in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale generativa. Il numero di lavori è cresciuto rispetto all’anno scorso, con artisti provenienti da accademie di Perugia, Catania, Torino e oltre. Non sono sezioni di contorno, ma parti integrate di un percorso che celebra la convivenza di linguaggi diversi.

Affiancare spazi no profit, collettivi internazionali e gallerie consolidate significa riflettere concretamente su sostenibilità e futuro dell’arte. Questa mescolanza non solo amplia l’offerta, ma spinge a un confronto che può cambiare il modo in cui il pubblico si avvicina all’arte contemporanea.

Torino conferma così il suo ruolo di laboratorio dove la fiera si fa occasione di dialogo, approfondimento e scoperta, più che semplice mercato. The Others sfida tutti – artisti, galleristi e visitatori – a ripensare il rapporto con lo spazio e con le opere. Un appuntamento che va ben oltre la classica esposizione.

Redazione

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