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Fondazione Bevilacqua La Masa: l’atelier diventa spazio collettivo di creatività e arte contemporanea

Redazione 28 Ottobre 2026

Nel cuore pulsante di Venezia, la Fondazione Bevilacqua La Masa ha deciso di abbattere un muro invisibile: quello che separa l’artista dal pubblico. Niente più atelier chiusi, rifugi quasi sacri dove l’opera cresce in solitudine. Qui, lo studio si trasforma in un laboratorio aperto, un luogo dove l’arte si fa dialogo continuo con lo spazio e con chi passa. Per quasi un anno, ventotto giovani artisti under 30 hanno abitato questi ambienti, mescolando ricerche, idee e pratiche, in un flusso incessante. “Da cosa nasce cosa” non è solo un titolo, ma un’esperienza viva, fatta di incontri e scoperte che si rincorrono.

Atelier: da luogo chiuso a spazio di condivisione

Fino a poco tempo fa, l’atelier era visto come uno spazio riservato, separato dal mondo esterno. Già nel 1971 Daniel Buren denunciava questa separazione, definendo lo studio come una “prima cornice”, un recinto che isola l’opera prima che venga mostrata al pubblico. La sua critica puntava proprio a superare questo muro, legando l’arte al contesto in cui vive. Oggi quel confine tra dentro e fuori si fa più sottile. L’atelier si apre, diventa permeabile: non è più il custode di un’opera finita, ma un luogo di relazioni, processi e condivisioni. L’arte si fa collettiva, e il percorso creativo conta più del risultato finale.

Lo studio non è più una torre d’avorio, ma un terreno dove si intrecciano idee e collaborazioni. Alcuni spazi sono sia dentro che fuori, zone di passaggio dove le idee si mescolano e si contaminano. Questi ambienti diventano ibridi, luoghi in cui l’arte cresce grazie agli incontri e alle interazioni, rinunciando a un’identità fissa.

Un anno di residenze a Venezia: l’esperienza degli Atelier 2025-2026

Dal 1898 la Fondazione Bevilacqua La Masa sostiene le nuove generazioni artistiche veneziane e anche nel 2025-2026 conferma questa vocazione con il programma Atelier. In collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia, per undici mesi ha offerto spazi di lavoro e residenza a ventotto giovani artisti e collettivi under 30. Gli ambienti coinvolti sono sparsi tra le Gallerie di Piazza San Marco, Palazzetto Tito e la Casermetta 9 a Forte Marghera, segnando un’evoluzione nella geografia artistica della città.

La mostra finale, “Da cosa nasce cosa”, che aprirà a dicembre 2026, racconta questa esperienza di ricerca e convivenza. Non una semplice esposizione di opere finite, ma un racconto dell’arte che si fa, che cresce dentro e grazie al contesto. Ogni pratica crea ponti, emozioni e interferenze che si stratificano nello spazio, trasformando l’atelier in un organismo vivo e in continuo movimento.

Il valore di questa residenza sta proprio nel nutrire un processo collettivo, dove i confini tra singolo e gruppo si sfumano e l’imprevisto ha un ruolo fondamentale. Il lavoro degli artisti non segue una strada lineare, ma si muove su percorsi paralleli, spesso nascosti, intrecciandosi in modo inaspettato. La Fondazione promuove così un luogo che favorisce sperimentazione e scambio, elementi fondamentali per il tessuto culturale e artistico della città.

La mostra come laboratorio: traccia di nuove pratiche artistiche

Il titolo “Da cosa nasce cosa” riprende il libro di Bruno Munari del 1981. Munari, ispirandosi a Lao Tse, ricordava che ogni forma nasce da un intreccio di relazioni, incontri e anche errori: “Da un’idea nasce un’immagine. Da un errore, spesso una scoperta. Da un incontro una direzione inattesa.” La mostra segue questo filo, proponendo un percorso che rifiuta rigidità e confini chiusi.

Lo spazio espositivo si trasforma in una mappa flessibile e intuitiva, che segue i percorsi degli artisti e le loro connessioni. Le opere si mescolano, si contaminano e si estendono da una sala all’altra, creando continui rimandi. Nessun lavoro sta da solo, ma si apre alle relazioni con gli altri e con l’ambiente. Questo “meta-atelier” mette in mostra non solo le opere, ma anche le suggestioni e le interazioni invisibili nate nel tempo.

L’allestimento rispecchia la natura fluida di questa scena emergente, dando spazio al processo più che al prodotto finito. La mostra è come una “fotografia in movimento” di un dialogo complesso tra pratiche diverse, accompagnata da una narrazione collettiva che contestualizza ogni lavoro nel suo farsi.

La parola agli artisti: riflessioni e testimonianze

La curatrice Camilla Mozzato ha voluto mettere in luce soprattutto le voci degli artisti. Le interviste raccolte accompagnano le opere in mostra, offrendo uno sguardo più profondo sullo studio come luogo polifonico e situato. Il dialogo tra parole e oggetti restituisce un racconto etnografico dell’esperienza creativa, svelandone le dinamiche interne.

Da queste testimonianze emerge una scena artistica che cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo, un’isola di autenticità in mezzo alle spinte gentrificatrici e alle logiche commerciali che spesso dominano Venezia. Qui l’imprevisto, la cooperazione, il radicamento nel territorio e la trasversalità diventano strumenti per immaginare nuovi modi di abitare la città e lo spazio dell’arte.

Questa trasformazione dell’atelier parla di un cambiamento culturale che coinvolge non solo l’arte, ma anche il rapporto tra spazio, comunità e creatività. La città stessa si arricchisce di queste nuove pratiche, mantenendo quel tessuto vitale che tiene San Marco e i suoi quartieri legati a un dinamismo reale, ben oltre le cartoline.

Ventotto giovani artisti: la nuova voce dell’arte contemporanea

Il progetto Atelier 2025-2026 ha coinvolto ventotto artisti e collettivi, diversi tra loro ma uniti da una visione fresca e contemporanea dell’arte. Tra loro nomi come Irene Mathilda Alaimo, Daniele Antoniazzi, Nina Baietta, Anna Benetti, Martina Biolo, bottega hospites, Nuvola Camera e molti altri. Ognuno ha portato la propria ricerca, le proprie pratiche e prospettive, costruendo insieme un mosaico che rappresenta un pezzo importante della giovane scena artistica italiana e internazionale.

Questi artisti hanno abitato gli spazi messi a disposizione dalla Fondazione, dando vita a performance, installazioni, sperimentazioni e dialoghi visivi. L’incontro tra pratiche diverse ha creato una contaminazione continua, trasformando la residenza in un laboratorio vivo e in movimento, ma anche in un’occasione di crescita personale e collettiva.

Con iniziative come questa, la Bevilacqua La Masa conferma il suo ruolo di protagonista nella scena artistica veneziana, puntando con decisione sulle nuove generazioni per rinnovare e arricchire il panorama culturale locale e non solo. La mostra “Da cosa nasce cosa”, in apertura a dicembre 2026, è la testimonianza concreta di quel lavoro, di quella creatività e di quelle relazioni nate lungo questo percorso.

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