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Pasolini e la Torre di Chia: storia, proprietà privata e patrimonio pubblico nel cuore del Viterbese

Redazione 26 Ottobre 2026

Nel 1964, Pier Paolo Pasolini si trovò davanti a una torre solitaria nel verde profondo del Viterbese, durante le riprese de Il Vangelo secondo Matteo. Fu un colpo di fulmine. Quel rudere, immerso tra boschi antichi e rovine dimenticate, gli parlava di silenzi perduti e di una libertà primordiale. Sei anni dopo, la comprò, trasformandola in un rifugio per la sua mente inquieta. Oggi, più di cinquant’anni dopo, quella stessa torre è al centro di una battaglia legale che rischia di spezzare il fragile equilibrio tra proprietà privata e usi civici. A contendersi il destino del luogo sono Gabriele Gallinari, che ha investito tempo e soldi nel suo recupero, e l’Università Agraria di Chia, che ne reclama i terreni per la comunità. Quello che doveva essere un santuario della memoria rischia di diventare un campo di scontro, tra diritto e patrimonio culturale.

Pasolini e la Torre: un legame che nasce nel 1964

Pasolini incontrò la torre e il paesaggio circostante per la prima volta nel 1964. I boschi e i ruderi medievali di Chia, nella provincia di Viterbo, lo colpirono profondamente. La torre che domina la valle del Fosso Castello non era per lui un semplice edificio: era un simbolo di resistenza in un’Italia in pieno cambiamento, un’oasi dove il tempo sembrava fermarsi e la natura riprendersi i suoi spazi. Passarono sei anni prima che decidesse di comprarla, nel 1970. Con la collaborazione di Dante Ferretti, Pasolini trasformò la torre in quella che chiamò la “casa luce”, un rifugio dove antico e moderno si mescolavano. Non fu solo un restauro: fu un dialogo tra epoche diverse, con legno, pietra e vetro che si fondevano con il paesaggio.

Quel luogo era per lui non solo un rifugio intellettuale, ma un appiglio esistenziale, in un’epoca segnata dall’omologazione culturale e sociale. La Torre di Chia restava una presenza stabile, custode di un paesaggio e di un silenzio sempre più rari nella società italiana degli anni ’60 e ’70.

Gallinari e il recupero della torre: un impegno personale

Nel 2021 Gabriele Gallinari, attore e appassionato di cultura, ha acquistato la Torre di Chia. Ha venduto la sua casa a Roma per trasferirsi stabilmente in quella dimora carica di storia, impegnandosi in prima persona nel restauro. L’edificio era segnato da anni di abbandono e degrado, ma Gallinari ha avviato un lavoro importante di recupero e manutenzione, investendo risorse proprie, senza aiuti pubblici. La Soprintendenza ha seguito il progetto, per garantire il rispetto dei valori storici e architettonici.

Fin da subito Gallinari ha aperto la torre al pubblico, stringendo convenzioni culturali con il Comune di Soriano nel Cimino e altri enti, organizzando eventi gratuiti e favorendo la visita dei cittadini. La sua idea è sempre stata chiara: tenere vivo e accessibile questo patrimonio, senza chiuderlo in un cassetto. Come custode attento, ha cercato di tenere aperto un dialogo tra passato e presente, tra memoria e cultura.

La sentenza del 2025 e lo scontro sugli usi civici

Nel 2025 è arrivata una sentenza che ha ribaltato la situazione: il Commissario agli usi civici ha riconosciuto come demaniale civica una parte consistente dei terreni della Torre di Chia, annullando la precedente vendita. Ha dato ragione all’Università Agraria di Chia, un ente privato con circa 120 iscritti, che ha rivendicato il diritto collettivo sugli usi civici di quei terreni. La sentenza ha dichiarato nulla la vendita a Gallinari e ha ordinato che i terreni tornassero al patrimonio comunale, senza però prevedere alcun risarcimento per l’attuale proprietario.

È così scoppiata una lunga battaglia legale. Gallinari ha fatto ricorso alla Corte d’Appello, mentre la Regione Lazio ha avviato la procedura per il rilascio della proprietà. Nonostante il giudizio d’appello fosse ancora aperto, e scaduti i termini per il rilascio, Gallinari ha impugnato al TAR il provvedimento regionale. Il caso mette a nudo un nodo complesso: da una parte la legittimità dell’acquisto e degli investimenti fatti dal privato, dall’altra il diritto consolidato di un ente locale sugli usi civici.

Memoria, cultura e diritto: oltre la disputa legale

La questione non è solo giuridica. Dietro sentenze e carte emerge un problema più ampio, culturale e simbolico. A chi appartiene la memoria di un luogo? Chi ha il diritto di conservarla e restituirla alla collettività? Gallinari denuncia la contraddizione di togliere a chi si impegna concretamente per mantenere viva la torre. Solo grazie al suo intervento la torre è oggi accessibile, restaurata e viva, nonostante la mancanza di sostegno pubblico. È stato lui a evitare che il complesso cadesse nel degrado.

Pasolini definì la Torre di Chia come un luogo di libertà e dialogo tra epoche diverse. È quindi fondamentale proteggerne la dimensione pubblica attraverso una gestione che salvaguardi memoria, tutela architettonica e fruizione pubblica. Un esproprio senza indennizzo, secondo Gallinari, non sarebbe solo una perdita personale, ma una ferita per il patrimonio culturale e per il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Futuro incerto e il ruolo della tutela pubblica

Il destino della Torre di Chia resta appeso a un filo. Gallinari spera di poter continuare il lavoro iniziato, mantenendo aperto al pubblico un luogo che già oggi è accessibile con regolare biglietto. Ricorda che la tutela della memoria storica non passa solo dalla proprietà, ma dalla qualità della conservazione e dalla responsabilità con cui si gestisce il bene culturale. La Soprintendenza protegge già il complesso sotto questo profilo.

Resta aperto il dibattito su cosa significhi “interesse pubblico” quando si parla di espropri: chi ne è davvero il beneficiario? Quando un patrimonio è soggetto a vincoli e fruibile pubblicamente, come nel caso della Torre di Chia, la risposta non è mai semplice. La decisione finale della Corte d’Appello, attesa nel 2028, sarà decisiva per trovare un equilibrio delicato tra privato e pubblico, tra storia e diritto.

Questa vicenda mette in luce la complessità di tutelare i luoghi simbolo della cultura italiana, dove questioni legali si intrecciano con un profondo senso di identità storica e collettiva.

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