Nel cuore di La Spezia, il CAMeC si prepara a svelare un progetto che promette di scuotere il panorama culturale. Il protagonista? Francesco Clemente, un nome che, seppur noto, resta in gran parte da scoprire in profondità. Il periodo preso in esame va dal 1968 al 1989, anni turbolenti e fertili per l’arte italiana, carichi di trasformazioni radicali. Sotto la guida attenta di Francesco Guzzetti, direttore scientifico, la mostra di ottobre 2026 non sarà solo una raccolta di opere: vuole raccontare un viaggio, un racconto visivo che attraversa decenni di innovazione e rivoluzione artistica, mettendo in luce la traiettoria di un pittore che ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo.
«Oltreconfine»: il CAMeC cambia passo e guarda agli anni turbolenti
La Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze ha voluto dare una svolta al CAMeC di La Spezia con un progetto ambizioso: «Oltreconfine. Arte italiana 1968-1989». Quegli anni sono stati un periodo di forti tensioni politiche, sociali e culturali, riflettendosi in un’arte sperimentale e spesso radicale. Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione, ha sottolineato quanto sia importante oggi tornare a raccontare quegli anni, ormai raramente al centro di mostre di rilievo. La programmazione proseguirà con altre esposizioni curate da Guzzetti, per mettere a fuoco un decennio di grande fermento, pieno di nuove forme espressive e contraddizioni.
Il progetto punta a un racconto rigoroso e approfondito, che lega le opere al contesto storico in cui sono nate. L’obiettivo è costruire un archivio visivo e culturale capace di far capire a tutti, anche ai non esperti, la complessità di quegli anni di creatività. Il CAMeC si muove così tra passato e presente, riscoprendo la sua collezione permanente con nuovi sguardi e mostrando opere poco viste o mai esposte.
Francesco Clemente sotto la lente: primi esperimenti e l’influsso dell’India
Al centro della prima mostra c’è Francesco Clemente, nato nel 1952, figura chiave della pittura contemporanea. Oltre trenta opere, molte inedite, arrivano da collezioni importanti come la Maramotti di Reggio Emilia e la Agrati di Intesa Sanpaolo. Il percorso ripercorre gli anni ‘70 e i primi ‘80, quando Clemente passa da un linguaggio concettuale a una pittura figurativa che definirà la sua poetica. Il disegno, per lui, non è solo tecnica ma uno spazio di sperimentazione dove le immagini rimangono fluide, aperte all’immaginazione.
In quegli anni l’artista si apre alla cultura orientale, con il primo viaggio in India nel 1973. Lo Zen e le tradizioni indiane entrano nel suo immaginario, portando un’idea di “barbarie” intesa non come rifiuto, ma come rottura degli schemi occidentali. La serie “Pitture barbare” del 1976 è l’esempio più chiaro di questo confronto con l’altro, una celebrazione della libertà creativa al di là di confini geografici e temporali. L’India diventa così il filo rosso che unisce le sue sperimentazioni più intime con le tappe successive del suo stile.
Nella serie “Tè” l’uso della fotografia mostra un modo di smontare e rimontare l’immagine, trasformandola in qualcosa di sfuggente e indefinito. Il disegno, invece, resta il mezzo con cui Clemente dà forma a ricordi, suggestioni e simboli, in un processo sempre aperto.
Dal disegno alla figura: autoritratti e pittura tra il 1979 e il 1980
La seconda parte della mostra racconta come Clemente si sposti sempre più verso la figura umana. Nel 1979 realizza una serie di autoritratti a inchiostro su carta, dove il volto e il corpo si frammentano e si caricano di simboli ed erotismo. Non sono ritratti tradizionali, ma veri e propri laboratori visivi che esplorano il confine tra identità e mondo esterno, soggetto e alterità.
L’anno dopo arriva la svolta con la pittura a olio su tela. Qui Clemente abbraccia la figurazione, anticipando un dibattito che negli anni Ottanta avrebbe ridato centralità alla pittura tradizionale, ma con uno sguardo nuovo. Il passaggio dal disegno alla pittura segna la volontà di costruire forme più definite, pur mantenendo ricchezza simbolica e narrativa.
Il CAMeC valorizza questo salto stilistico con un allestimento pensato per gli esperti ma accessibile a tutti, grazie a didascalie chiare e curate. Ricostruire il percorso di Clemente significa anche restituire un quadro più ampio di quegli anni, segnati da un continuo confronto tra tradizione e innovazione.
Così La Spezia si prepara ad accogliere una narrazione intensa e ben documentata, che guarda agli anni chiave dell’arte italiana attraverso lo sguardo di un protagonista inatteso ma centrale. Tra sperimentazione, internazionalità e ricerca di senso, il CAMeC conferma il suo ruolo di laboratorio aperto per leggere il passato con occhi nuovi.
