A Venezia Mestre, il Museo M9 accoglie PLAYERS, una mostra che sfida le idee tradizionali sui videogiochi. Non sono più solo un passatempo: sono specchi della società, racconti di creatività e spazi immersivi che cambiano il nostro modo di vedere il mondo. Negli ultimi decenni, questi mondi digitali hanno assunto un ruolo culturale e sociale sempre più complesso. Qui, tra installazioni e storie, si svela un archivio vivo, fatto di esperienze che vanno ben oltre il semplice divertimento.
I videogiochi hanno superato da tempo l’idea di puro intrattenimento per diventare uno specchio delle dinamiche sociali che ci circondano. A sottolinearlo sono critici e curatori di rilievo, come Hans Ulrich Obrist, che ha aperto un dibattito sul rapporto tra digitale e istituzioni culturali. Non si tratta più di citare semplicemente l’estetica pop o la nostalgia, ma di capire come il linguaggio e le tecniche dei videogiochi stiano riscrivendo lo spazio artistico. Artisti come Cory Arcangel, che rielabora vecchi codici in chiave minimalista, Lawrence Lek con le sue simulazioni architettoniche distopiche, e Lu Yang, che esplora i confini tra avatar e algoritmi, mostrano come lo schermo del videogioco possa diventare un luogo di riflessione e critica sociale, trasformando l’esperienza digitale in un’occasione di indagine culturale.
La mostra PLAYERS, aperta fino al 14 febbraio 2027, propone un confronto ampio e originale sul mondo videoludico. Dietro il progetto c’è un team di curatori guidato da Fabio Viola, con Michelangela Di Giacomo, Giuseppe Cosenza e Damiano Bordoni. L’allestimento, curato da Valentina Babolin e Vinicio Bordin, si sviluppa in tre sezioni principali. La prima, #Play, racconta la nascita e l’evoluzione dei videogiochi, dagli esperimenti degli anni Cinquanta e Sessanta ai pionieri come Computer Space, Pong e Dragon’s Lair. Non mancano le console che hanno segnato gli anni Novanta e le piattaforme moderne. Un racconto che mette in luce come il videogioco si sia trasformato in un fenomeno di massa, cambiando al contempo tecniche e significati.
La seconda parte, #Watch, si concentra sull’aspetto visivo e spettacolare del videogioco, collegandolo a cinema, eSport e fotografia virtuale. Qui si mostra come il gioco sia entrato a far parte del sistema mediatico e artistico contemporaneo. I visitatori possono scoprire momenti chiave del videogioco osservati dal punto di vista estetico, dove la fruizione visiva si intreccia con la componente artistica. È un’occasione per capire come la natura multimediale e interattiva dei videogiochi abbia influenzato l’immagine contemporanea, diventando protagonista del dibattito sull’arte digitale.
L’ultima sezione, #Create, ribalta la tradizionale divisione tra autore e fruitore. Qui chiunque può mettere mano ai mondi virtuali, intervenire sugli ambienti digitali e prendere parte al processo creativo. È uno sguardo sulle nuove frontiere della cultura digitale, dove l’utente non è più passivo ma parte attiva di un sistema di co-creazione. Questo approccio cambia il modo in cui si produce, si consuma e si interpreta l’arte e il gioco. L’esperienza si arricchisce con materiali inediti e interviste a figure di spicco del game design come Sid Meier, Yuka Kitamura e Jon Wilcox. Il Museo M9 ha inoltre curato l’accessibilità, utilizzando il dispositivo Jimmy per permettere la visita anche a persone in sedia a rotelle, sottolineando l’importanza di un racconto inclusivo della cultura videoludica.
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