Lasciatevi andare, sembra sussurrare ogni angolo della mostra di Giovanni Kronenberg alla galleria Sara Zanin di Roma. Entrare qui, fino al 31 ottobre 2024, significa immergersi in un silenzio denso, fatto di oggetti sospesi e vuoti carichi di significato. Non è un percorso comodo o scontato. Le opere, tra installazioni e disegni, non offrono risposte facili. Anzi, invitano a perdere punti di riferimento, a entrare in un dialogo con ciò che resta nascosto. Kronenberg non parla solo attraverso la forma, ma costruisce un rapporto intimo con la materia, con il tempo che scorre tra le cose. Lì, in quel gioco di presenze e assenze, si trova il cuore pulsante del suo lavoro.
La pratica artistica di Kronenberg parte spesso dal suo rapporto con il collezionismo, che alimenta la creatività in modo insolito. Le sue opere nascono da incontri casuali con oggetti trovati o segnalati da rigattieri che conoscono bene i suoi gusti. Questi reperti non sono scelti con un progetto preciso, anzi è proprio il “non capire” a catturare l’artista, diventando il terreno su cui lavorare. Gli oggetti rimangono in casa sua, trasformata in una sorta di “opera totale”, dove accumulano emozioni e memorie. Solo dopo scatta qualcosa: una scintilla, un’attrazione nuova che nasce dal dialogo complesso tra i vari elementi.
Questa complessità si vede nella trasformazione degli oggetti, immersi in un tempo che non è solo cronologico ma carico di cambiamenti sociali e culturali. La memoria storica degli oggetti si mescola con quella personale dell’artista, creando una storia a più livelli. Un esempio chiaro è il manichino in mostra, che Kronenberg ha rimodellato unendo materiali diversi, alterandone la forma e ampliandone il racconto. Questa fusione mette in luce la tensione tra tempi e funzioni diverse, creando un’atmosfera intensa e sospesa.
Per Kronenberg l’arte è un terreno d’incertezza, uno spazio dove “fare cose che non si sanno” senza la pressione di dover spiegare tutto. Questa libertà riguarda anche i materiali usati, che non sono mai fissi o definitivi. Al contrario, l’artista abbraccia la loro mutabilità, legandola ai significati in continuo cambiamento e al passare del tempo. Un esempio evidente è l’uso di elementi effimeri, come una spugna intrisa di odore, destinata a svanire con i giorni.
Quando le opere arrivano in galleria, l’allestimento diventa un rito, un gesto carico di senso e riflessione. Kronenberg tratta ogni pezzo quasi come un’icona, isolandolo e togliendo tutto ciò che è superfluo per far emergere la sua aura e la tensione fra vita e morte. Non si vedono cumuli di oggetti, ma installazioni precise, che puntano al dettaglio che sorprende e a una calma silenziosa.
Accanto alla scultura, il disegno occupa un posto centrale nel lavoro di Kronenberg. Non è un esercizio tecnico, ma un gesto spontaneo, quasi un avanzare senza meta. L’artista stesso paragona il disegno al nuotare in mare aperto senza sapere dove si arriverà. Questo approccio libero dà alle opere leggerezza e al tempo stesso profondità.
I disegni, realizzati con materiali come metallo ossidato, rame e palladio, si intrecciano con le sculture, creando un’osmosi tra due e tre dimensioni. Kronenberg evita il monocromo, che considera una soluzione troppo semplice, e punta invece a un’estetica che richiama una sorta di religiosità laica, carica di emozione e pathos. Così nasce un dialogo continuo tra materia, spazio e gesto creativo.
Una delle caratteristiche più interessanti di Kronenberg è il suo ruolo di primo osservatore delle proprie creazioni. Evita di dare interpretazioni o di incasellare il suo lavoro in categorie precise. Questo distacco lascia allo spettatore tutta la libertà di creare associazioni personali e di esplorare significati diversi.
La sua arte rifiuta ogni tentazione narrativa o descrittiva, scegliendo invece una dimensione di confronto dove il “non capire” diventa una risorsa. Per Kronenberg, solo lasciandosi perdere si può davvero entrare in sintonia con un’opera, affrontando quello smarrimento che sta al centro della sua poetica.
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