L’India è una terra di contrasti impossibili da ignorare, dice Amar Kanwar. La sua mostra alla Serpentine Gallery di Londra, aperta fino al gennaio 2027, non si limita a esporre opere: trascina chi entra in un viaggio sensoriale e profondo. Buio e suoni avvolgono, mentre immagini e storie si intrecciano, rivelando ferite antiche che ancora sanguinano nel tessuto sociale del Paese. Camminare tra le sue installazioni significa confrontarsi con tensioni personali e collettive, con un passato che pesa e una speranza di dialogo che fatica a emergere. Un’immersione totale, dove l’arte diventa testimonianza viva di un’India complessa e in continua trasformazione.
Al centro del lavoro di Kanwar c’è la Partizione del subcontinente nel 1947, quando la nascita del Pakistan scatenò uno dei più drammatici esodi della storia. Quelle divisioni politiche portarono a violenze tremende tra musulmani, induisti e sikh, ferite che ancora oggi segnano l’India e i suoi vicini. Kanwar mette a fuoco quel dolore collettivo, ma anche le ferite personali, come quelle che ha vissuto nella sua vita: vent’anni di litigi e incomprensioni, fino a un momento di rottura che lo ha spinto a cercare un dialogo vero con chi gli stava accanto.
La mostra non si limita a ripercorrere i fatti storici, ma li usa per farci riflettere su come comunichiamo, o non comunichiamo, tra di noi. L’artista parla di arroganza come di una «malattia diffusa», spesso invisibile a chi ne è preso. Proprio su questo punto Kanwar vuole intervenire, invitando chi guarda a mettersi in gioco, a farsi domande sull’esperienza vissuta e su cosa raccontano le immagini.
Appena varcata la soglia della galleria, si entra in un’atmosfera sospesa. I tendaggi neri isolano dal mondo esterno e creano uno spazio avvolto dal buio, illuminato solo dalle immagini in movimento e dai riflessi degli schermi. La prima installazione, “The Peacock’s Graveyard” , è formata da sette schermi quasi invisibili da cui emergono video e testi brevi che riflettono sulla vanità della vita e sulla violenza che sembra sempre pronta a riemergere nelle società umane.
Proseguendo lungo il percorso, si incontrano piccoli pannelli di carta artigianale, fatti con fibre di ramia, cotone e banana. Alcuni hanno fili, corde o ciocche di capelli incastonati, trasformandoli in pezzi unici e vivi. Sessantadue di questi pannelli sono retroilluminati, creando un effetto quasi sacro, mentre diciassette ospitano immagini proiettate sul retro, con scorci di natura e testi in movimento. Questo insieme si chiama “Such a Morning” ed è accompagnato da un film di 85 minuti che racconta l’incontro tranquillo di due uomini, un matematico e un professore, nel silenzio di un vagone ferroviario abbandonato immerso nella foresta.
Nell’altra ala della galleria si proietta “The Charcoal Man” , l’ultima opera di Kanwar che mescola fatti storici e narrazione immaginata sulla Partizione. Le immagini e i testi si frammentano sullo schermo, provando a ricostruire un dialogo spezzato dalla violenza di 75 anni fa. Il film si pone come un ponte tra passato e presente, cercando di capire le ferite lasciate e le possibili vie per superare le tensioni di oggi.
Le sale della Serpentine North sono il luogo perfetto per questa esperienza: quasi completamente buie, illuminate solo dalle proiezioni, accompagnate dalla musica minimalista di artisti indiani contemporanei. Poltrone e sedili sono sistemati con cura per permettere di seguire con attenzione ogni immagine e suono, invitando a un ascolto e una contemplazione profondi.
Kanwar non vuole offrire soluzioni facili o messaggi chiusi. La sua è una ricerca aperta che usa la memoria per mettere a nudo le contraddizioni del presente e stimolare un’idea di futuro basata sul dialogo sincero. Tra immagini, suoni e parole, mette in scena un mondo complesso, difficile da decifrare, ma proprio per questo capace di aprire spazi di confronto e ascolto. La mostra alla Serpentine Gallery diventa così un laboratorio di pensiero emotivo e politico, che coinvolge chi guarda in un’esperienza intensa e necessaria per ripensare cosa significa appartenere e convivere in un mondo ancora diviso da profonde tensioni.
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