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Treviso ospita La materia dei sogni: arte contemporanea africana in mostra fino al 2027

«L’arte africana contemporanea non è mai stata così vicina.» Al Museo di Santa Caterina, a Treviso, più di 120 opere firmate da 23 artisti di dieci Paesi dell’Africa subsahariana si dispiegano fino al 15 gennaio 2027. Un caleidoscopio di colori, forme e storie, frutto di un lavoro meticoloso, quello del curatore Enrico Mascelloni, che ha voluto rompere gli stereotipi e raccontare un continente spesso frainteso. Tra sogno e realtà, tra rito e vita quotidiana, questa mostra trasforma Treviso in un punto di riferimento imprescindibile per chi vuole scoprire e valorizzare un patrimonio culturale troppo a lungo ignorato in Europa.

Trenta anni di ricerca per una selezione senza precedenti

La scelta degli artisti non nasce da un colpo di fortuna, ma da un percorso lungo più di trent’anni. Mascelloni ha seguito molti di loro fin dagli anni Ottanta, grazie anche a Marco Sarenco, figura chiave nella diffusione dell’arte africana in Europa. Le opere provengono in gran parte dalla collezione personale del curatore e da alcune delle più importanti raccolte italiane. Rapporti stretti con artisti come Georges Lilanga o Seyni Awa Camara hanno permesso di documentare da vicino le loro creazioni, offrendo una selezione che colpisce non solo per la bellezza ma anche per il carico emotivo e culturale. L’Italia si conferma il paese occidentale più attento e appassionato all’arte africana contemporanea: a fronte di un solo pezzo proveniente da Berlino, il resto è quasi tutto italiano.

“Non-confine”: quando l’arte sfugge alle etichette

“Abitare il non-confine” è il cuore della mostra. Mascelloni spiega che questi artisti hanno saputo costruire un linguaggio proprio, maturo, senza scimmiottare modelli occidentali. Le loro opere non cercano conferme fuori, anzi smontano vecchi cliché che riducevano l’arte africana a oggetti rituali o esotici. Qui non ci sono etichette strette: niente folklore o nostalgia, ma un viaggio tra spazi culturali diversi, dove il sacro e il quotidiano si mescolano in chiavi nuove e personali. Il sogno, lontano da interpretazioni freddamente psicoanalitiche, diventa tema centrale e motore creativo, come si vede nei lavori di Seyni Awa Camara, recentemente scomparsa e protagonista indiscussa della mostra.

Magiciens de la Terre: quando la politica si mescolava all’arte

La mostra a Treviso richiama anche un momento storico importante: Magiciens de la Terre, la grande esposizione al Centre Pompidou nel 1989 che per la prima volta portò l’arte africana contemporanea al centro della scena internazionale. Allora però, quella iniziativa era segnata da un’impronta politica neo-coloniale, voluta dal presidente francese François Mitterrand, che vedeva l’arte africana come appendice del dominio culturale occidentale. Oggi quel modello è messo in discussione. Manifestazioni come Africa Explores nel 1991 hanno cercato di superare questa visione, ma i nodi geopolitici restano. Mascelloni sottolinea come le rivolte e i cambiamenti nel Sahel impongano una narrazione artistica libera dalle catene del passato coloniale.

Tra radici e mercato: l’arte africana tra autenticità e successo globale

Il focus della mostra cade su opere realizzate tra gli anni Settanta e Novanta, quando l’arte africana contemporanea stava muovendo i primi passi fuori dal continente, ancora lontana dalle logiche di mercato e istituzionali. È stato un periodo di grande originalità, in cui molti artisti hanno costruito un linguaggio indipendente. Oggi però la fama porta anche rischi: le pressioni del mercato possono mettere a rischio l’autonomia creativa. Mascelloni rimarca come gli artisti in mostra abbiano resistito a queste dinamiche, mantenendo una libertà difficile da incasellare. Il rapporto tra artisti e mercati globali è complesso, segnato da differenze culturali e da contesti socioeconomici spesso difficili. La sfida è proteggere la creatività senza piegarla a modelli estranei alle radici culturali.

Scultura, pittura e fotografia: i protagonisti della mostra

La rassegna di Treviso copre un ampio spettro: dalla scultura alla pittura, fino alla fotografia, anche se manca qualche installazione multimediale, nonostante la tradizione installativa sia radicata in molte culture africane. Tra i nomi più importanti figurano Seyni Awa Camara, che sarà anche alla Biennale di Venezia 2026, Esther Mahlangu, la prima artista africana a firmare una BMW Art Car, Paa Joe, famoso per le sue bare-scultura, insieme a Georges Lilanga, Sunday Jack Akpan, Cyprien Tokoudagba e Twins Seven Seven. Molti hanno costruito un percorso originale, rompendo con la continuità tradizionale e aprendo strade nuove. Le sculture in cemento dipinto di Akpan, realizzate in Italia durante un lungo soggiorno a Verona, sono un esempio potente di ricerca figurativa, mentre le tele cariche di colori e simboli di Ismaila Manga avvolgono lo spettatore in un’atmosfera immersiva. La mostra mette in luce questa varietà, mostrando come le radici si intreccino con la contemporaneità.

Manifestazioni e fondazioni: il sostegno all’arte africana

Il sistema dell’arte africana contemporanea oggi si muove su più fronti. La fiera 1-54 a Londra e Marrakech, la Investec Cape Town Art Fair e le Biennali di Dakar e Lagos sono tappe fondamentali per dare spazio a nuovi talenti. Mascelloni sottolinea anche il ruolo di Marco Sarenco, che ha aiutato a far entrare l’arte africana in eventi prestigiosi come la Biennale di Venezia del 2001. Accanto a queste manifestazioni, diverse fondazioni lavorano per sostenere gli artisti senza imporre vincoli. Tra queste la Fondation Zinsou in Benin, Doual’Art in Camerun e lo Zeitz MOCAA di Città del Capo si distinguono per promuovere pratiche artistiche libere e autonome. Nigeria e Sudafrica emergono come centri nevralgici, con sistemi più indipendenti rispetto al passato.

Allestimento e percorso: un viaggio dentro l’arte africana

L’architetto Elena Giangiulio ha trasformato gli spazi del Museo di Santa Caterina, spesso poco agevoli, in un racconto coinvolgente. La mostra si sviluppa su tre piani per oltre 800 metri quadrati, organizzando le opere per affinità geografiche e cromatiche. La fotografia di Dago si sposa con le sculture in terracotta e i colori terrosi di Ismaila Manga, creando un impatto visivo immediato. L’altezza a cui sono posizionati quadri e tessuti favorisce un contatto diretto. La stanza chiamata “Bosco Sacro dei Sogni” è uno spazio scenografico che cattura con elementi lignei e sculture che sembrano emergere da un sogno. Il percorso alterna momenti di grande intensità visiva a pause di riflessione, permettendo al visitatore di entrare davvero nell’universo simbolico delle opere.

Redazione

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